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Commento al Vangelo, 18 ottobre 2026 – Mt 22,15-21

Nel brano evangelico in questione viene espressa la classica tentazione che portiamo dentro, quella di tentare Dio per trovare una prova contro di Lui. È un tentativo per dimostrare che Dio è ingiusto nei nostri riguardi. Avremmo così un motivo per accusarlo per essere esenti dal fidarci di come guida la nostra vita. In altre parole, vorremmo mettere delle regole e dei confini al posto di una fiducia incondizionata. Vorremmo cogliere in fallo il Signore e potergli attribuire le responsabilità di ciò che non va nel mondo intero e così evitare quell’unico atteggiamento che ci porterebbe la pace tanto anelata, quello di fidarsi del Suo amore. Se cogliessimo in errore il Signore, allora saremmo giustificati nei nostri atteggiamenti, non dovremmo cambiare, potremmo mantenere le nostre riserve e non saremmo spinti a consegnargli la nostra esistenza.
Questo è un primo messaggio che ricaviamo da questo episodio: avvicinarsi a Dio per metterlo alla prova ed avere poi qualcosa di cui accusarlo. Se riuscissimo in questo allora avremmo in pugno Dio. Non è che non si voglia Dio; solamente si vuole che sia obbediente a noi e faccia ciò che gli chiediamo. Lo si vuole Dio onnipotente, ai nostro ordini.
Così nasce l’idolatria: fare di Dio un idolo da usare a nostro piacimento.
Forse, questo è il più grande pericolo che corriamo noi credenti: usare Dio.
Legato a questo atteggiamento idolatrico, ne consegue un altro: usare Dio per giustificare una azione, una posizione, una credenza, uno status quo. In altre parole si tratta di non convertirsi alle vie di Dio, al Suo pensiero, al Suo modo di amare. Come è facile usare Dio per garantirci una sicurezza, per confermare uno stile di vita costruito a nostro piacimento. Si tratta di un atteggiamento di controllo che, in realtà, non è altro che una copertura delle nostre paure. E così ci si stratifica e ci si indurisce; tutto rimane identico senza novità.
Così facendo si mortifica ogni fiducia e si deforma il vero volto di Dio, un Dio che fa nuove tutte le cose.
Quanto ci è difficile abbandonarsi nelle mani di Dio e credere alla Sua bontà che permane sempre nonostante tutto. Quanto è difficile fidarsi di Dio e saper vedere in ogni evento un’opportunità per fidarci ancora di Lui.
Si vive nella misura che ci si fida di Dio. Senza fede non c’è vita che fiorisce, non c’è gioia, non c’è libertà, non c’è speranza, non c’è novità.
Non serve mettere alla prova Dio, semmai mettiamoci noi alla prova confidando in Lui.
Non facciamo come i farisei e gli erodiani ai quali non interessava cosa fosse lecito; essi cercavano solo una prova contro Gesù per non doversi convertire al Suo messaggio. A chi dare fiducia? A Dio o a Cesare? Secondo loro era Dio che doveva cambiare il Suo modo di agire, non il contrario. Per loro era difficile accogliere che Dio fosse presente in una situazione di oppressione romana. Cercavano il colpevole, non la soluzione.
Il vero tributo da dare a Dio è la nostra fiducia: è Lui che guida questo mondo essendo più grande di ogni evento.
Impariamo dall’autunno: lasciamo che le foglie cadano dagli alberi perché rinascano nuove in primavera, Lasciamo cadere pretese, posizioni, pregiudizi per saper accogliere le cose nuove che Dio ha preparato per noi.