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Commento al Vangelo, 4 ottobre 2026 – Mt 21,33-43

Secondo l’ottica dell’evangelista Matteo, ecco un’altra parabola che, se da un lato mostra il dramma di Israele che non ha riconosciuto il Messia ma addirittura lo ha rifiutato, dall’altra svela un volto di Dio che tenacemente vuole condividere il Suo amore con tutti gli uomini.
Nella parabola Dio affida la Sua vigna ai dei contadini perché al tempo opportuno tutti potessero godere dei frutti. Ma essi non vollero rimandando a mani vuote i servi inviati per ritirare il raccolto, arrivando perfino ad uccidere il figlio del padrone.
Ciò ricorda l’immagine di Adamo che viene messo nel giardino per custodirlo, per coltivarlo e per godere dei suoi frutti. Nel giardino Adamo si sente benedetto, si sente amato.
Ecco però la tentazione: non riconoscere il padrone impadronendosi dei frutti. Adamo prende il posto di Dio e il giardino diventa sua proprietà. È la classica tentazione di appropriarci della fonte della vita. Competiamo con Dio, illudendoci di una fallace autosufficienza. Alla fine diventiamo solo invidiosi, ladri fino ad essere omicidi. E questa è l’opera del seduttore: farci diventare nemici di Dio, come lo è lui.
Ecco che Dio cerca altri che sappiano vivere e lavorare nel giardino con generosità e non con avarizia, che sappiano condividere la fecondità del Regno, la gioia del raccolto. Dio cerca la condivisione! È un Dio che vuole un uomo che sia a sua immagine e somiglianza, cioè capace di far festa con i suoi simili, generoso e non geloso del dono ricevuto.
Questo è infatti il Regno: un modo di vivere segnato dalla gratuità e da una gioiosa generosità con tutti.
Ecco chi cerca Dio: uomini e donne che sappiano condividere il dono ricevuto, che sanno riconoscere che è Lui la fonte della vita e che la nostra salvezza sta nella comunione. Sembra che la vera fisionomia del discepolo non consista nel saper lavorare sodo, nel possedere un’integrità morale e religiosa, ma nel saper condividere il frutto del lavoro.
Se questo è il modo di agire di Dio, così di riflesso è il nostro: non diventare padroni della nostra gioia. Viviamo infatti per edificare, non per una propria autoreferenzialità (cfr. Fil 2,3-4).
Vivere per gli altri è la garanzia sicura per non diventare ladri della vigna, per non trasformarci in competitori con Dio. Condividere i frutti è segno che siamo legati a Lui (cfr. 1Gv 3,16-18).
Questa è la tentazione di ogni istituzione ecclesiastica, quella di lavorare per la propria conservazione e non per distribuire i frutti, quella di salvare se stessa e non gli uomini.
Per rimanere amici del padrone e per continuare a lavorare nella vigna, impariamo a condividere con generosità, senza paura di perdere, tutto ciò che siamo e abbiamo, sapendo che siamo solo dei semplici lavoratori e che nulla ci appartiene. Allora ci verrà dato di sperimentare la gioia della comunione, la gioia del Regno.