Il Santo del Giorno

Santo del Giorno, 31 luglio – Sant’Ignazio di Loyola

Ignazio di Loyola, in basco Íñigo López de Loyola, è stato un religioso spagnolo, fondatore della Compagnia di Gesù. Papa Gregorio XV lo proclamò santo nel 1622.

Biografia

Origini familiari

Íñigo López de Loyola, più noto come Ignazio di Loyola, nacque intorno al 1491 a Loyola (oggi nel comune di Azpeitia). Era il minore della numerosa famiglia di tredici figli, otto maschi e cinque femmine, di Beltrán Yáñez de Oñaz y Loyola e Marina Sáenz de Licona y Balda.

In quanto a Íñigo non conosciamo il giorno preciso della nascita. Secondo una tradizione di dubbia storicità il 1º giugno, del 1491, nella chiesa parrocchiale di Azpeitia ricevette al fonte battesimale il nome di Íñigo.

Svezzato da una nutrice nel casolare di Eguibar, vicino Loyola, crebbe sotto le attenzioni del fratello Martín e della cognata Magdalena Araoz. Íñigo rimasto orfano dei genitori, nel 1506 venne mandato nella città di Arévalo, alla corte del ministro delle finanze del re Fernando il Cattolico, Giovanni Velázquez de Cuéllar. Ricevette qui un’educazione cavalleresca e religiosa. Íñigo si mise in evidenza per la sua abilità nel suonare la vihuela, per il coraggio mostrato nei tornei e la sua maestria nel danzare.

Sotto due diversi patronati

Alla corte della regina Germana de Foix, nipote di Luigi XII di Francia e seconda moglie di Fernando il Cattolico, Íñigo ebbe modo di conoscere i grandi del Regno. Egli rimase in casa del Velázquez per undici anni, trascorrendo una vita agiata, dedita ai banchetti, alla musica, alla lettura di romanzi cavallereschi e alla composizione poetica.

Con la morte del re Fernando la situazione della famiglia Velazquez precipitò in breve tempo. Aveva ventisei anni Íñigo quando, abbandonata la famiglia Velazquez, ormai caduta in disgrazia, raggiunse il palazzo a Pamplona di Antonio Manrique de Lara, duca di Najera e viceré di Navarra. Vi rimase per tre anni come cavaliere armato (mesnadero) al suo servizio. Durante questo periodo assisté allo sbarco della nave che conduceva in Spagna il nuovo re Carlo I, il futuro imperatore Carlo V d’Asburgo, allora appena diciassettenne.

Alla partenza di questi per la Germania, dove lo attendeva la corona dell’impero, si diffusero moti di ribellione per le città ispaniche. C’era malcontento per la preferenza che il re diede al trono germanico a scapito di quello spagnolo, lasciandovi come suoi rappresentati alti funzionari fiamminghi. Antonio Manrique, fedele al re, fu uno dei condottieri che battagliarono i rivoltosi a fianco dei propri figli e dello stesso Íñigo che con questi partecipò e vinse l’assedio alla città ribelle di Najera. Don Manrique incaricò il fedele Íñigo della missione speciale di pacificare la provincia di Guipúzcoa. Compito che egli risolse nel migliore dei modi.

Ma un incarico ben più arduo attendeva Íñigo: la fortezza di Pamplona era in pericolo e presto sarebbe crollata. Non solo i nemici di don Manrique minacciavano la cittadina ma lo stesso re francese Francesco I, il quale, approfittando della situazione, aveva progettato un attacco contro la Navarra. La fortezza era priva di forze militari perché il duca se n’era privato per soccorrere il suo sovrano.

Enrico d’Albret, pretendente al trono di Navarra, piombava sulla fortezza sotto il comando di Andres de Foix. Aveva ben dodicimila soldati di fanteria, ottocento lancieri e ventinove pezzi di artiglieria. A Pamplona non era rimasto che un piccolo esercito di un migliaio di soldati, sotto gli ordini di don Pedro de Beamonte. Quest’ultimo fu celermente sostenuto dall’arrivo inaspettato delle milizie comandate da Íñigo e da suo fratello Martin.

La situazione si aggravò per un contrasto sorto tra gli stessi condottieri. Martin, che voleva il comando delle truppe, di fronte al rifiuto del Beamonte, decise di ritirarsi col grosso del suo esercito. Lasciò in tal modo il fratello con pochi soldati. Il 19 maggio la città cadde in mano al nemico, mentre Íñigo e i suoi rimasero a difendere l’ultimo baluardo di Pamplona. Il giorno dopo fu messa in campo l’artiglieria pesante e durante i bombardamenti un tiro colpì in pieno la gamba destra di Íñigo rompendogliela in più parti.

Il comandante e i suoi soldati si arresero dopo sei ore di assedio. I francesi, e particolarmente il generale nemico, che già precedentemente manifestò stima nei confronti dell’avversario, gli risparmiò la vita e ordinò che se ne prendessero cura.

Sant’Ignazio di Loyola in un dipinto di Pieter Paul Rubens (Fonte: Wikipedia)

La conversione religiosa

Dopo quindici giorni di degenza a Pamplona Íñigo si decise di trasportarlo in barella alla casa paterna. Il suo stato era grave e più volte si temette per la sua vita. Solo dopo dolorosissime operazioni, stoicamente sopportate, e sofferenze egli si ristabilì. Ma non potè più reggersi bene sulla gamba, a causa della quale rimase zoppicante per il resto della vita. Nei giorni in cui fu costretto a un’esasperante immobilità, rimase a letto leggendo. Gli diedero la Vita Christi, del certosino Landolfo di Sassonia e il Flos sanctorum, le celebri vite dei santi composte dal domenicano Jacopo da Varazze.

In lui qualcosa mutava, cominciava il suo processo di conversione religiosa dove Íñigo trasferiva l’intento, ormai deluso, di un’ambiziosa carriera militare all’impegno religioso di cogliere la gloria riservata ai Santi.

Durante il suo periodo di degenza cominciò pian piano a dedicarsi alla preghiera, alla lettura di testi sacri, alla meditazione. Sognava di partire pellegrino per Gerusalemme e per realizzare tale desiderio, una volta ristabilito, si decise di partire pellegrino per i santuari mariani della Spagna. Fece una particolare sosta presso il celebre santuario di Montserrat. In questo luogo, durante una vera e propria veglia militare dedicata alla Madonna, come un antico cavaliere appese i suoi paramenti militari davanti a un’immagine della Vergine Maria e da lì, il 25 marzo 1522, entrò nel monastero di Manresa, in Catalogna.

A Manresa Ignazio praticò un severo ascetismo che causò un indebolimento del suo fisico e dello spirito tanto da pensare al suicidio. In questo periodo di penitenze, digiuni e rimorsi per la vita passata, Ignazio ricevette una “grande illuminazione” presso il fiume Cardoner:

«Camminando così assorto nelle sue devozioni, si sedette un momento, rivolto verso l’acqua che scorreva in basso, e, stando lì seduto, cominciarono ad aprirglisi gli occhi dell’intelletto. Non già che avesse una visione, ma capì e conobbe molte cose della vita spirituale, della fede e delle lettere, con una tale luce che tutte le cose gli apparivano nuove.» (Ignazio di Loyola, Autobiografia)

Gli studi

Nel 1523 raggiunse Venezia e si imbarcò per Gerusalemme, dove visitò i luoghi santi. Abbandonò il progetto di stabilirsi in Palestina e di operare la conversione degli infedeli in Oriente per il divieto di soggiorno impostogli dai frati francescani dalla Custodia di Terra Santa.

Tornato in Spagna con il desiderio di abbracciare il sacerdozio, riprese gli studi a Barcellona, poi presso l’università di Alcalá. Qui, per il suo misticismo, si sospettò che fosse un alumbrado e l’Inquisizione lo chiuse in carcere per quarantadue giorni. Si trasferì quindi a Salamanca e poi, per completare la sua formazione, a Parigi, dove arrivò il 2 febbraio 1528. S’iscrisse all’Università di Parigi, dove rimase sette anni, ampliando la sua cultura letteraria e teologica, e cercando di interessare gli altri studenti ai suoi “Esercizi spirituali”. In questo periodo progettò di fondare un nuovo ordine religioso che

«non si dedicasse, come gli altri alla preghiera e alla santificazione dei suoi componenti, ma, libero da ogni impaccio di regole claustrali, esercitasse praticamente il cristianesimo, servendo ai grandi scopi della Chiesa.»

La fondazione della Compagnia di Gesù

Il 15 agosto del 1534, Ignazio e altri sei studenti Pierre Favre (francese), Francesco Saverio, Diego Laínez, Alfonso Salmerón, Nicolás Bobadilla (spagnoli), e Simão Rodrigues (portoghese) si incontrarono a Montmartre, vicino Parigi. Si legarono reciprocamente con un voto di povertà, castità e obbedienza e fondando un ordine a carattere internazionale chiamato con un termine d’origine militare la Compagnia di Gesù.

Lo scopo era di eseguire lavoro missionario e di ospitalità a Gerusalemme o andare incondizionatamente in qualsiasi luogo il Papa ordinasse loro. Compare in quest’occasione, sia pure marginalmente, un quarto voto che si aggiunge ai soliti tre monacali: quello della assoluta obbedienza al papa che richiama il valore militare della disciplina.

Nel 1537 Ignazio e i suoi seguaci si recarono in Italia per ottenere l’approvazione papale per il loro ordine religioso. Papa Paolo III li lodò e consentì loro di ricevere l’ordinazione sacerdotale che ottennero a Venezia dal vescovo di Arbe il 24 giugno. Si dedicarono alla preghiera e ai lavori di carità in Italia, anche perché il nuovo conflitto tra l’imperatore, Venezia, il Papa e l’Impero Ottomano rendeva impossibile qualsiasi viaggio a Gerusalemme.

Il 3 settembre 1539 Paolo III approva oralmente la Formula instituti di Ignazio (Fonte: Wikipedia)

Superiore Generale dei Gesuiti

Ignazio, eletto come primo preposito generale della Compagnia di Gesù, inviò i suoi compagni come missionari in giro per tutto il mondo per creare scuole, istituti, collegi e seminari, penetrando attraverso la predica, la confessione e l’istruzione in tutti gli strati sociali. Spesso i sovrani dell’epoca ebbero come confessori e padri spirituali i padri gesuiti che ebbero modo così di influire sulle condotte politiche dei governi.

Nel 1548 vennero stampati per la prima volta gli Esercizi spirituali, per i quali venne condotto davanti al tribunale dell’Inquisizione, per poi essere rilasciato.

Ignazio scrisse le Costituzioni gesuite, adottate nel 1554. Esse creavano un’organizzazione monarchica e spingevano per un’abnegazione e un’obbedienza assoluta al Papa e ai superiori (perinde ac cadaver, “[lasciati guidare] come un cadavere” scrisse Ignazio). La regola di Ignazio diventò il motto non ufficiale dei gesuiti: Ad Maiorem Dei Gloriam.

I gesuiti hanno dato un apporto determinante al successo della Controriforma.

Tra il 1553 e il 1555, Ignazio dettò al suo segretario, padre Gonçalves da Câmara, la storia della sua vita. Questa autobiografia rimase però segreta per oltre 150 anni negli archivi dell’ordine, fino a che non venne pubblicata negli Acta Sanctorum.

Ignazio che soffriva di una acuta colecistopatia, la sera del 30 luglio del 1556 sentì prossima la morte. Chiese i conforti religiosi e la benedizione del Papa ma il suo segretario rimandò la soddisfazione del suo desiderio al mattino dopo. Cosicché Ignazio morì senza ricevere i sacramenti dei moribondi nella mattina del 31 luglio 1556, all’età di 65 anni. Venne sepolto il 1º agosto nella chiesa di Santa Maria della Strada a Roma.

Papa Gregorio XV lo canonizzò il 12 marzo 1622. Il 23 luglio 1637 il suo corpo fu collocato in un’urna di bronzo dorato, nella Cappella di Sant’Ignazio della Chiesa del Gesù in Roma. La festa religiosa si celebra il 31 luglio, giorno della sua morte.

 

 

Fonte: Wikipedia