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L’Omelia di Don Maurizio Viviani: La croce, le croci, la speranza

La croce, le croci, la speranza

Cattedrale di Verona, 30 agosto 2026

Il «crocifisso parlante» è una rara scultura lignea medievale o rinascimentale dotata di un meccanismo interno (fili o cavetti) che permetteva di muovere la bocca. Diffusi soprattutto nel periodo tardo-gotico (XIII e il XV secolo), venivano impiegati durante i riti della Settimana Santa, in particolare il Venerdì Santo, per la drammatizzazione dell’agonia di Gesù.
Servivano a far pronunciare visivamente le «Ultime sette parole di Cristo sulla croce in croce» (secoli dopo collocate in modo mirabile sullo spartito da Joseph Haydn) ai fedeli dell’epoca, spesso incapaci di comprendere il latino recitato dai sacerdoti.
Il «Cristo parlante» è celebre anche nella letteratura e nel cinema attraverso la saga (ideata da Giovannino Guareschi) di Don Camillo e Peppone, il cui famoso crocifisso cinematografico fu realizzato dallo scenografo veronese Bruno Avesani, lasciandosi ispirare dal crocifisso presente sull’altare della Chiesa Inferiore di San Fermo di Verona.
Gesù nel Vangelo parla della croce: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». L’invito per i discepoli è come una rasoiata. Gesù chiede di seguirlo e non di precederlo, perché solo lui sa dove deve andare e che cosa fare ed essi, per il loro bene, dovranno portare la croce come esattamente farà lui, avendone piena e lucida accortezza.
Con veemenza San Pietro reagisce, rifiutando l’idea della croce. Come lui, forse anche noi cerchiamo talvolta di scansarla, perché: il suo peso è insopportabile, la riteniamo ingiusta, non ce la siamo cercata, non ce la siamo meritata. Accompagna questa ribellione, talvolta sana, l’immagine di un Dio estremamente protettivo, forte secondo i criteri in voga, che risolva tutti i problemi e ci metta al riparo dal dolore.
Anche a noi come a Pietro, la risposta di Gesù dice che la vita è fatta così, con alti e bassi, tra voli pindarici e tunnel apparentemente senza fine. Poi, l’espressione urticante «Rinnegare se stessi» non significa mortificare la propria dignità, ma decentrarsi. Significa smettere di pretendere che il mondo giri soltanto intorno ai nostri progetti, alle nostre pretese e alle nostre paure.
A dire il vero, non è una rassegnazione passiva alla sfortuna, ma l’accoglienza della realtà e la scelta di andare avanti sempre, anche quando ci sono rapporti difficili che addirittura ci succhiano il sangue: in famiglia, sul lavoro, fuori di casa, con gli amici, i colleghi, i superiori e gli inferiori, viviamo al meglio i compiti che ci sono stati affidati o quelli che abbiamo consapevolmente scelto o accettato.
Il verbo «rinnegare» spaventa, ma il suo vero significato può essere liberatorio. Rinnegare se stessi non significa annullarsi, non vuol dire cercare la sofferenza, ma saper seguire l’Unico che ci conosce fino in fondo e che precede i nostri passi.
San Francesco di Assisi ci parlava spesso con il Crocifisso di San Damiano.
Non era come la sequenza di un bel dialogo dei film di don Camillo. Il Frate del «Laudato si’», più che chiedere al Crocifisso vantaggi, guarigioni, beni o miracoli, lo ringraziava, lo ascoltava, lo lodava. Lo abbracciava.

don Maurizio Viviani