Commento al Vangelo, 5 luglio 2026 – Mt 11,25-30
A chi Dio si rivela?
Il Vangelo dice che Dio si rivela, si auto-comunica ai piccoli. Sono loro che sentono la benevolenza di Dio, la Sua vicinanza, non i sapienti e i dotti.
Cosa significa che Dio si rivela? Il fenomeno divino che chiamiamo rivelazione si può tradurre in auto-comunicazione. La rivelazione non consiste nel ricevere nozioni; è molto di più: è Dio che si auto-dona all’uomo. Dio non comunica qualcosa di Sé, ma dona Se Stesso. Per questo la rivelazione la si può comprendere come amore salvifico verso di noi. In questa ottica la rivelazione è un processo continuo in quanto Dio continua ad auto-donarsi.
Ma perché Dio si rivela ai piccoli? Chi sono questi piccoli?
I piccoli sono coloro che hanno un cuore aperto per ricevere aiuto perché sanno esistenzialmente che sono poveri. Solo coloro che si fidano di Dio e non nelle loro forze.
Qui non si tratta di conoscere Dio, ma di avere fiducia in Lui. Infatti ci si avvicina a Dio con la fede. E la fede si nutre delle nostre povertà. Questa è la vera conoscenza, quella del cuore che ci fa dipendere da Lui.
In altre parole il vero dotto e sapiente è colui che sa dipendere da Dio, non chi conosce ogni cosa e sa decidere e programmare tutto da solo. Al contrario, è lodato chi deve dipendere da altri e da Dio. La vera sapienza non è autosufficienza, ma dipendenza.
Potremmo dire che, secondo la visione evangelica, è piccolo colui che è nella posizione di ricevere, proprio perché mancante di forze. Il modello sono i peccatori che non possono far altro che ricevere la misericordia di Dio come un dono e non come un premio frutto di una conquista. Sono coloro che non sanno cambiare come vorrebbero e per questo chiedono misericordia, confidano nell’aiuto di Dio e tendono la mano per ricevere sostegno dai fratelli. È questa caratteristica, quella del ricevere, che permette non solo di aver bisogno di Dio, ma di riconoscerLo e di accoglierLo. Sono proprio loro, gli ultimi, a riconoscere in Gesù la visita di Dio. Solo accogliendo la presenza di Gesù hanno scoperto di essere amati e si è aperta la possibilità di una nuova esistenza. Per questo sono loro i piccoli, veri esempi di fede e di abbandono nella bontà divina. La vera sapienza, quindi, è riconoscere i propri limiti e aprirci all’aiuto che viene fuori da noi.
Questa è la condizione per ricevere la rivelazione di Dio, cioè di conoscere-sentire Dio accanto a noi che ci ama e ci sostiene.
Ecco quindi l’invito rivolto ai piccoli, agli stanchi e oppressi ad andare da Gesù per trovare ristoro. È questo il vero giogo che ci risolleva dai nostri pesi: accogliere e riconoscere che siamo piccoli, cioè poveri e bisognosi di essere amati, di essere salvati.
Questo atteggiamento di piccolezza evangelica rende la nostra vita più dolce e leggera, liberandoci da affanni e disperazione, guarendoci da ogni illusione di farcela da soli.
Chiedere aiuto, diventa così la cifra della rivelazione e della nostra piccolezza, la nostra vera grandezza; è la via per essere sollevati e per sentire che non si è soli e perduti, ma amati. È imparare a tendere la mano a Dio e al fratello per ricevere sostegno e per imparare la grammatica della gratitudine.
Ma serve non poco coraggio nel mostrarsi povero e bisognoso. Cosa fare?
Impariamo ad accogliere con gratitudine, senza angoscia e paura, la nostra piccolezza chiedendo aiuto a Dio e al fratello.
Questo, però, sarà possibile se non giudicheremo le esitazioni dei nostri fratelli, se non li disprezzeremo per le loro povertà, se sapremo accoglierli con amore.
La vera sapienza del cuore, quella evangelica, si chiama umiltà, un’umiltà che si manifesta nel coraggio di tendere la mano; allora tutti si sentiranno amati e nessuno si vergognerà della propria piccolezza.













