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Commento al Vangelo, 29 marzo 2026 – Vangelo dell’entrata di Gesù a Gerusalemme

In questo brano evangelico ci sono due espressioni che fanno da cornice all’entrata di Gesù in Gerusalemme e possono farci cogliere quale sia la nostra missione evangelizzatrice: Il Signore ne ha bisogno e Chi è costui?
La prima si riferisce all’asina e al suo puledro che Gesù vuole usare per entrare in Gerusalemme, la seconda ci racconta dell’agitazione della folla che si chiedeva chi fosse questo Gesù di fronte alle grida di gioia.
Il Signore ne ha bisogno.
Possiamo pensare che questa frase possa essere riferita pure a ciascuno di noi. Il Signore ha bisogno di noi per potersi presentare come il Messia. Siamo noi ora la Sua carne che deve manifestare agli altri la Sua gloria sulla scia del Prologo del Vangelo di Giovanni (cfr. Gv1,14.18). Il Dio, che nessuno ha mia visto, si rende visibile nel Figlio; ma questo Figlio vive in noi così che a sua volta diventiamo noi stessi visibilità di Gesù (cfr. Gal 2,20). Ecco che l’evangelizzazione diventa trasparenza: chi vede noi, vede Gesù. Non ci sono altre vie. Così lo è stato per Gesù quando affermava che chi vedeva Lui, vedeva il Padre (cfr. Gv 14,9).
Chi è costui?
Questa domanda dovrebbe essere la normale reazione di chi ci incontra, di chi avviciniamo, di chi cammina e vive accanto a noi. Una presenza che non suscita nessun interrogativo, che non risveglia nessun interesse e ammirazione sembrerebbe, come dice Palo, un cimbalo che strepita (cfr. 1Cor 13,1). La prima comunità dei discepoli è descritta come una comunità che godeva della simpatia del popolo (cfr. At 2,47; 5,13). Il loro modo di vivere attraeva. Come può una luce non brillare (cfr. Mt 5,14). Non si tratta però solo di una persona singola che attrae, magari avvolta da un’aureola di santità, ma, secondo il racconto degli Atti, era proprio la comunità nel suo insieme che era degna di stima.
Come quindi vivere in modo da risultare interessanti e utili per il nostro popolo? Come rendere presente Gesù vivo?
Per rispondere si deve attenersi al significato dell’entrata di Gesù in Gerusalemme.
L’entrata di Gesù in Gerusalemme tra le acclamazioni della folla sul dorso di un asino ricorda quella dei re israelitici, anche se con connotazioni opposte: Gesù è il re mite.
In questo modo Gesù inaugura una forma nuova di messianismo, un nuovo modo della presenza di Dio segnato non dalla potenza, ma dalla mitezza. Dio non viene a vincere e a far prevalere le Sue ragioni, non si impone con la paura ed il castigo. Non il Dio delle guerre.
Viene, invece, a dare la vita, a servire con la misericordia per liberarci dalla paura di essere accusati e condannati, viene per farci sentire accolti e amati.
Gesù, in quanto Messia, incarna il modo di agire di Dio: un Dio buono che viene incontro all’uomo. Dio regna amando; non chiede, ma offre. Sulla croce Gesù darà la più grande dimostrazione di questo modo di presenza di Dio tra di noi: sulla croce vi è la dimostrazione dell’amore senza confini di un Dio che non può fare altro se non amare.
Ecco la nostra chiamata: rendere presente un Gesù misericordioso attraverso l’accoglienza reciproca, aperta e comprensiva. L’assenza di questo atteggiamento di fatto rende vane tutte le pratiche di pietà che possiamo fare e inventare, falsifica ogni nostro discorso e svuota di valore la nostra vita di fede, allontanando chi ci sta intorno. Smettiamo di brillare.
La vera evangelizzazione passa sempre attraverso l’incontro con l’altro per amarlo; solo così saremo una, seppur imperfetta, presenza concreta di Gesù che ha dato la Sua vita per amore.