Commento al Vangelo, 29 marzo 2026 – Vangelo della Passione
La domenica delle Palme, la liturgia prevede la proclamazione del Vangelo che narra la passione
di Gesù. Quest’anno sarà secondo il Vangelo di Matteo.
Vorrei soffermarmi su alcuni versetti.
Quelli che passavano di lì lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!». Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, facendosi beffe di lui dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: “Sono Figlio di Dio”!». Anche i ladroni crocifissi con lui lo insultavano allo stesso modo.
A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Costui chiama Elia». E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. Gli altri dicevano: «Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!». Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito.
Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!» (Mt 27,39-54).
Leggendo questo passaggio colpisce la provocazione rivolta a Gesù, specialmente dai capi dei sacerdoti con gli scribi e gli anziani che Lo invitavano a salvare se stesso, a scendere dalla croce e
così mostrare la Sua verità e innocenza. Sfidavano Gesù in base alla Sua stessa affermazione che era Figlio di Dio. Se tale era, Dio lo avrebbe liberato. Era una sfida!
In altre parole, potremmo riassumere questi scherni con una semplice domanda: Dio, cosa sei capace di fare?
Questo è un pensiero che ci portiamo dentro anche noi che sovente emerge di fronte alle difficoltà. Consciamente o inconsciamente, provochiamo Dio chiedendo cosa riuscirà a fare, se riuscirà a salvarci, a farci scendere da una croce che non vogliamo e che ci risulta a volte troppo pesante ed ingiusta. Così spesso reagiamo con rabbia e amarezza tale da renderci cinici e disperati.
Certamente la croce oscura la nostra vista e nei momenti dolorosi diventiamo miopi. A volte in certe situazioni è difficile vedere e sentire la vicinanza di Dio e che ci ama. Se ci ama perché allora lascia che il male vinca? Perché non ci libera presto e totalmente? È comprensibile, ma non deve essere la conclusione del nostro itinerario di fede. Bisogna andare oltre con uno sguardo lungimirante: dove c’è la croce, non manca mai neppure la presenza di Dio, non manca mai il Suo intervento, non manca mai la resurrezione. Questo non significa, però, sempre scendere dalla croce, ma andare oltre. Il vero pericolo è quello di fermarsi alle situazioni di impotenza ed entrare in una logica di ribellione e di delusione nei confronti di Dio. Così hanno fatto coloro che sotto la croce insultavano Gesù, compresi i ladroni crocifissi al Suo fianco.
È l’invito ad andare oltre con la fiducia non permettendo che vinca il momento presente.
Mentre schernivano Gesù, in realtà Suo Padre squarciava il velo del Tempio da cima a fondo.
Non era assente, ma sta uscendo definitivamente dal Tempio per fare qualcosa di nuovo, una novità simbolizzata dal terremoto, dall’apertura dei sepolcri e dall’apparizione di corpi di santi.
Erano i segni dell’azione di Dio che preannunciava la resurrezione.
Il nostro Dio non smette mai di amare e non abbandona mai coloro che ama. Anche quando sembra essere assente, in realtà è presente e prepara una cosa nuova, inaspettata che testimonia la Sua vicinanza.
È l’invito a dare occhi alla nostra fede perché non rimanga imprigionata da un presente difficile da cui si vuole scappare. Serve una visione più ampia.
Come fare? Saper attendere come ha fatto Gesù perché la speranza non delude (cfr. Rom 5,5).
Alle provocazioni non si risponde con la testa o con la paura o con lo scoraggiamento o con la ribellione, ma con il cuore, con la fiducia. Gesù non rispose agli insulti, ma continuò a rivolgersi a Suo Padre mettendo nelle Sue mani la propria vita. Ha continuato a fidarsi e così ha visto la vita, il dono della resurrezione.
Ma questa fiducia deve essere alimentata da una visione che sappia scorgere i segni della presenza di Dio non solo nei momenti luminosi ma anche in quelli bui. Per questo dobbiamo allenare il nostro sguardo con una vita di gratitudine e così intravedere le tracce della bontà di Dio nella nostre vicende. La gratitudine potenzia la nostra vista, dona al nostro cuore una visione che va oltre il presente e fa scorgere il futuro che Dio ha preparato per noi. Allora potremo dire come Gesù di fronte alla tomba di Lazzaro: … Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto… (Gv 11,41-42).












