Commento al Vangelo, 23 agosto 2026 – Mt 16,13-20
Perché Gesù avrà chiesto ai suoi discepoli cosa pensassero di Lui?
Aveva dubbi circa la loro lealtà o della loro chiarezza mentale? Forse voleva accertarsi delle motivazioni che sostenevano la loro sequela?
Difficile dare una risposta. Certamente è stata una domanda che li ha spiazzati e che ha messo a nudo il loro cuore. Allo stesso modo questa stessa domanda interroga ciascuno di noi.
Le risposte sono state diverse fino a quando Gesù ha chiesto direttamente: Ma voi, chi dite che io sia?
Qui entra in gioco Pietro. Non sappiamo quanto tempo sia passato prima che desse una risposta, oppure se ciò fosse stato su impulso del momento. Ci risulta che solamente Pietro risponde, magari a nome di tutti… ma non ci è dato di sapere. Nel brano viene riportata unicamente la sua risposta: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente.
Gesù riconosce che questa affermazione di Pietro non è frutto di un calcolo statistico o di un processo logico, ma nasce da una rivelazione: Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. Per questo, non come premio ma come conseguenza, egli riceve in dono di essere roccia su cui Gesù edificherà la Sua comunità: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa.
Al di là delle varie esegesi, la domanda di Gesù interpella ciascuno di noi e nello stesso tempo ci indica la via per conoscere Dio e ricevere di essere trasformati in roccia per i nostri fratelli.
Ci sono due modi per avvicinarsi a Dio: o con le idee o con il cuore.
Avvicinarsi a Dio attraverso le idee è cercare innanzitutto la verità, conoscere qualcosa di Lui, con il rischio di fermarsi all’esterno senza entrare in una relazione profonda. È come voler conoscere una persona dai social, senza sapere in realtà chi sia veramente. Ci fermiamo all’apparenza. Questo tipo di risposte accrescono le informazioni, ma non toccano il cuore e per questo non cambiano la vita. Gesù non viene coinvolto nella nostra vita; rimane qualcuno interessante come tanti altri, forse potremmo onorarlo come Dio, ma rimane distante a tal punto da sembrarci estraneo. Così non conosceremo se nutre viscere di misericordia per noi.
Potremo anche dire che ama gli uomini, ma non che ci ama personalmente.
Avvicinarsi a Dio attraverso il cuore, invece, significa conoscere in modo intimo, personale; si tratta non di sapere ma di sentire. Un poco come gli innamorati dove prevale il sentimento, un sentire che precede ogni ragionamento. Qui le idee lasciano il posto all’intuizione e all’immaginazione. Dio diventa qualcuno che è vicino, di cui ci si fida di fronte al quale cadono tutte le barriere. Forse di Gesù non sapremmo dire con esattezza ciò che Lo riguarda, ma sentiremo che di Lui possiamo aver fiducia perché ci sentiremo da Lui amati.
Pietro ha risposto con il cuore, accogliendo la luce della rivelazione. E questo ci mostra cosa sia in realtà la rivelazione. Essa non è un ricevere nozioni a noi sconosciute, ma accogliere Dio stesso nella nostra vita che liberamente si autodona. La rivelazione è Dio stesso che si autocomunica e per questo trasforma la nostra esistenza. Per questo Pietro diventa roccia, perché ha accolto l’azione di Dio, diventa una roccia sulla quale potersi appoggiare, una roccia che nessun male può abbattere.
Pietro questa volta risponde ascoltando il cuore, dando credito a ciò che sente dentro, rispetto a ciò che viene detto fuori.
Fondamentalmente si conosce Dio con il cuore. Il cuore deve essere il traino della vita, comprese le idee. Diversamente la fede sarà fideismo o ideologia, ma non fiducia. La certezza esistenziale viene da un cuore convinto, non da idee, che per quanto siano fondate, non offrono tale sicurezza.
Per di più, Dio parla essenzialmente al cuore dell’uomo, più che alla mente; Egli segue la logica dell’amore. Il cuore dell’uomo è il luogo privilegiato dove Dio vive.
Avviciniamoci a Dio dando priorità al cuore, relazionarci con Lui facendo uso dei nostri sentimenti e chiediamo che venga a toccare la nostra sensibilità.
Non si tratta di ridurre la fede ad un puro sentimentalismo, ma di dare spessore alla nostra fede tale da renderla fiducia incrollabile in modo da sentire con certezza che siamo amati.
Ragioniamo con il cuore e allora riconosceremo Gesù come il Messia e la nostra vita diventerà una roccia su cui edificare.












