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Commento al Vangelo, 2 maggio 2021 – V domenica di Pasqua

Gesù usa la similitudine del tralcio legato alla vite per sottolineare che senza di lui non possiamo portare frutto e che siamo chiamati a portare molto frutto. Lui è la fonte della vita che la rende bella e fruttuosa, piena e attraente!
Sorgono subito due domande: cosa significa portare frutto e cosa si deve fare per rimanere uniti a Gesù.
Di che frutto parla Gesù? Secondo il pensiero giovanneo il vero frutto è l’unità dei discepoli. Lui stesso prega perché i credenti siano una cosa sola così che il mondo creda.
Solitamente si pensa che portare frutto significhi avere una vita moralmente sana, avere un’intensa vita di preghiera, evangelizzare, avere doni e carismi particolari, fare grandi e generose opere di carità, se non addirittura avere successo pastorale. In realtà Gesù ha pregato che il mondo creda che lui è stato inviato dal Padre per noi e che siamo amati dal Padre con lo stesso amore, come scritto nel vangelo di Giovanni: “perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me” (Gv 17,21-23). E la gloria è proprio questo amore che ci rende perfetti nell’unità.
Il frutto è una testimonianza che nasce da un amore che unisce e ci fa sentire amati da Dio. Cosa fare per rimanere uniti a Gesù e così portare questo frutto?
Anche qui si pensa che ciò rende legati a Gesù è vita virtuosa, mentre il peccato allontana. Sicuramente, ma mi pare riduttivo e semplicistico. Cosa in realtà ci unisce a Gesù? La fede. E la fede si esprime fondamentalmente attraverso due atteggiamenti: la preghiera e il servizio.
Così infatti ha fatto Gesù che era in continuo dialogo con il Padre ed ha lavato i piedi ai suoi.
Quando risuscita Lazzaro Gesù afferma che sempre il Padre lo ascolta (cfr. Gv 11,41-44); è una preghiera piena di fiducia, che osa chiedere l’impossibile. Così non esita ad assumere un comportamento da schiavo mettendosi a lavare i piedi ai suoi nell’ultima cena (cfr. Gv 13,12-15). Preghiera e servizio sono due atteggiamenti che manifestano e irrobustiscono la fede.
Ecco quindi l’invito finale a che le sue parole rimangano in noi, le parole che chiedono unità e che chiedono di imitarlo nell’amare e servire i fratelli. E le sue parole rimangono in noi nella misura che le mettiamo dentro di noi attraverso una lettura orante del vangelo.
Con il cuore si prega, con le mani si serve e allora produrremo frutto di unità e saremo una testimonianza di fede per il mondo, una testimonianza che siamo amati da Dio e non abbandonati.