Commento al Vangelo, 19 luglio 2026 – Mt 13,24-43
Attraverso queste tre parabole, la parabola del buon seme e della zizzania che cresce nello stesso campo, la parabola del granello di senape che da piccolo diventa il più grande albero dell’orto e la parabola del lievito che fa fermentare tutta la farina, Gesù descrive cosa sia il regno dei cieli e quale sia il modo di agire di Dio nei nostri confronti.
Cosa accomuna queste tre parabole? L’intervento di Dio, libero e gratuito, che cambia la situazione, un Dio che prende l’iniziativa, che sta al nostro fianco, che ci assicura che nulla andrà perduto e che tutto verrà salvato, anche quando sembra prevalere il male. È un Dio che lavora per il nostro bene, tenace finché non raggiunge il suo scopo, cioè la nostra salvezza, che non si scandalizza dei nostri limiti e non si tira indietro nell’offrirci il Suo dono di comunione.
È un Dio buono e fedele nell’amore verso di noi.
Queste tre parabole rivelano in realtà il cuore di Dio, un Dio che è più grande del male, del nostro peccato. Questo basta per guarirci da ogni ansia e paura di una condanna e da qualsiasi senso di colpa: non saremo mai abbandonati e alla fine trionferà sempre e comunque la Sua misericordia nonostante tutto e al di là della nostra risposta.
Ascoltare questo messaggio parabolico mette pace, gratitudine, ci fa apprezzare il presente, chi siamo e dove viviamo, guarendoci dalla pretesa di essere altro, iniettando nel nostro essere una visione positiva del mondo in cui viviamo.
Tre atteggiamenti concreti che ci indicano le singole parabole.
La parabola del buon seme e della zizzania che crescono nello stesso campo è un invito a non scoraggiarci del miscuglio di bene e male che possiamo incontrare attorno a noi e dentro di noi.
Non bisogna scoraggiarsi e neppure illudersi che tutto sarà in ordine come desideriamo; ciò che conta è che Dio non abbandona il campo e alla fine il male non prevarrà. A Dio piace così; Lui è il nostro custode che ama il Suo campo. È una indicazione per sapersi accogliere così come siamo, a trattarci bene, ad amare la nostra umiliazione: se Dio ci accoglie così, accogliamoci anche noi e accogliamo gli altri senza vane pretese di conversioni che non fanno altro che creare ansia e ci fanno precipitare in futuri fallimenti.
La parabola del piccolo granello di senape ci suggerisce di avere fiducia in Dio. Non sono le nostre opere che cambiano la nostra vita e ci rendono più graditi. La santità non si misura dalla quantità delle opere buone, ma dall’abbandono sereno nella misericordia di Dio. Non è un invito a fare nulla, ma a non disperarsi se i frutti tardano, se le nostre azioni sono imperfette, se le nostre piccolezze ci sovrastano. Alla fine il seme cresce nonostante i nostri limiti; le nostre miserie sono sempre superate dal dono di Dio. Il futuro sfugge alle nostre forze e i nostri sbagli non potranno ipotecarlo più di tanto perché il futuro dipende da Dio che vuole il meglio per noi.
La parabola del lievito che fa fermentare tutta la pasta riassume bene il modo di agire di Dio. È il dono di grazia che viene da Dio che fa fermentare tutta la nostra vita e non solo una parte.
Non servono grandi gesti eroici, non servono gesti eclatanti, eccessi ascetici per ottenere risultati. Basta invece un poco di lievito. È saper condire il nostro quotidiano con gesti semplici, realizzabili che hanno il potere di spostare montagne, di sollevare pesi, di trasformare tutta la nostra vita. È scegliere e apprezzare il poco che possiamo fare oggi senza aspettare di essere in grado di compiere gesti eroici, che forse non arriveranno mai.
Tre sono le indicazioni per sentire la premurosa attenzione di Dio descritta nelle presenti parabole: sapersi accogliere e amare così come siamo, rimanere in pace nonostante le nostre miserie, apprezzare il presente per poco che possa valere. In questo modo sapremo risposare nelle mani di Dio che amorevolmente ci accompagna finché non si compia il Suo regno di comunione. E così la nostra vita non rimarrà senza frutto.












