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Commento al Vangelo, 18 gennaio 2026 – Gv 1,29-34

In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui…
In questa semplice frase descrittiva si racchiude l’immagine di Dio che viene incontro all’uomo.
Basta questo per comprendere, per ciò che è possibile, le intenzioni di Dio di avvicinarsi a ciascuno di noi per riempirci del Suo stesso Spirito di figliolanza e vincere ogni paura di essere amati e voluti da Dio.
È il processo di guarigione usato da Dio: manda incontro a noi il Suo Figlio Gesù per riportarci tra le Sue braccia. Il contrario non sarebbe stato mai possibile perché piegati irrimediabilmente su noi stessi, incapaci di speranza e di liberarci da un atavico senso di colpa.
Gesù è sempre stato l’immagine del Padre, Colui che non solo è il primo temporalmente, ma è il primo in quanto fonte di compassione, capace di togliere il vero peccato del mondo, cioè la sfiducia in Dio che ama, l’incredulità nella bontà di Dio. Egli viene per ridonarci la vera comunione perché non può vivere senza amarci, senza averci con Lui. È questo il messaggio del Vangelo. Non c’è più spazio per una giustizia che contempli il castigo e il premio; esiste unicamente la logica del dono per tutti gli uomini, nessuno escluso.
Questa è la misericordia di Dio che non si limita al perdono per chi si pente, ma è vita in abbondanza donata generosamente come pioggia che bagna tutto e tutti. E questo umanamente non si capisce, ma solo si accoglie con meraviglia e con una certa confusione perché supera le nostre attese; la misericordia non è opera umana, ma è opera di Dio, è pura rivelazione.
Così deve essere stato per Giovanni Battista quando ha incontrato il Messia ed ha visto e sperimentato la novità della visita di Dio, una visita che superava le aspettative sue e dell’intero popolo; un vero shock!
Giovanni Battista afferma: E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio.
Anche noi possiamo diventare testimoni di questa novità di grazia accogliendo la Sua visita, la Sua misericordia, vincendo la paura di essere giudicati e castigati, di essere ripresi e messi in riga.
Forse dico qualcosa di scandaloso: la misericordia non è misurata dalla nostra risposta, dalle nostre buone opere e sane disposizioni. Essa è sempre oltre. Per questo il modo migliore per entrare in questa logica del dono è accogliere quel tempo, come scritto nel Vangelo, il nostro tempo concreto, la nostra vita così com’è. Quel tempo siamo noi stessi e ancora oggi siamo visitati da Dio perché non può fare diversamente se non venirci incontro per benedirci.
Impariamo a gustare la vita perché non c’è momento che sia lontano da Dio: Lui è sempre prima.
Arrendiamoci alla vita, accogliendola anche se a volte risulta amara e spigolosa perché, anche nei momenti difficili e problematici, ci dischiuderà la possibilità di incontrare Colui che dona lo Spirito in abbondanza. Non è arrendersi, ma scorgere che nel campo non c’è solo zizzania e che Dio non ha mai abbandonato il Suo campo dove ha seminato del buon seme (cfr. Mt 13,24-30.36-43).
Allora cambierà il nostro cuore, non sarà più pauroso e non dovremo più nasconderci da Dio per scansare qualche castigo; avremo un cuore di figlio che neppure avrà più paura del suo proprio peccato perché sa che Dio è più grande (cfr. 1Gv 3,19-20). Così saremo guariti dalla ferita originaria, da ogni abbandono, avremo occhi nuovi per vedere Dio presente nella nostra vita ed in questo mondo, ma soprattutto ci accorgeremo che siamo circondati da tanti fratelli con cui vivere la gioia dell’amicizia.
Saremo così segno e testimoni della novità del Vangelo dove non c’è spazio per la lontananza, ma c’è solo e sempre vicinanza amorevole di Dio che in ogni tempo viene incontro a noi, buoni e cattivi che siamo, per dare a tutti il Suo amore.