Commento al Vangelo, 15 marzo 2026 – Gv 9,1-41
Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?
Quante volte ci facciamo, implicitamente o apertamente, questa domanda; è una domanda che non si riesce mai a tacitare e rinasce sempre.
Mi domando se essa non sia, forse, un residuo del senso di colpa che ci portiamo dentro per aver perso la strada verso il paradiso terreste dove si passeggiava amichevolmente con Dio? Forse è semplicemente un intento per giustificare un male che non riusciamo a sopportare. È una domanda che sembra essere un rigurgito di stizza nel confronto dei nostri progenitori per un pentimento mai avvenuto ed un tentativo di capire il perché.
Questo cieco era così dalla nascita.
Così, simbolicamente, nasciamo e così rimaniamo se a noi non si avvicina Colui che è la vera luce e non ci tocca gli occhi.
Questo povero uomo non poteva far altro che stare seduto e chiedere l’elemosina; in realtà non era in grado di fare diversamente. Dipendeva in tutto da tutti ed il futuro non gli riservava dei cambi: cieco era nato e tale rimaneva per tutta la sua vita. Chissà quante volte lui, i suoi genitori e coloro che lo vedevano si saranno posti il perché di questa triste condizione.
In questa situazione di immobilità, entra in scena Gesù che si presenta come luce che illumina e dona futuro. È Gesù che prende l’iniziativa, fa del fango incurante delle proibizioni del sabato, lo spalma sugli occhi del cieco e gli comanda di andare a lavarsi alla piscina di Sole. Il cieco obbedisce e torna che ci vede.
È il miracolo che solo Dio può compiere: ridare la visione perduta di un Dio che ama, che non condanna, che non usa la malattia come punizione, un Dio che non castiga mai.
Questa visione di Dio l’avevamo persa e racchiusa in un sistema religioso dove ci si sforza di essere buoni per essere graditi a Dio e per allontanare il male. Ma questa non è la fede del Vangelo; è semmai la rappresentazione di un Dio che assomiglia molto al mondo magico.
Per questo Gesù si presenta come l’inviato dal Padre che indica il cammino della comunione, la luce che illumina e che permette di scorgere il vero volto misericordioso e buono di Dio.
Di fronte a questo intervento divino, il gruppo dei farisei reagisce con un rifiuto, non credendo che il cieco fosse stato guarito o fosse tale. Essi non vogliono che nulla cambi, non vogliono dipendere da Dio, non vogliono riconoscere che loro stessi sono bisognosi di luce. Si illudono di vedere mentre non sanno riconoscere la loro cecità, che hanno bisogno di qualcosa di diverso.
Per loro tutto va bene, semmai sono gli altri che devono cambiare. In realtà sono chiusi al dono di Dio, impegnati a salvare le loro prescrizioni religiose. Anche di fronte all’evidenza non vogliono vedere l’agire di Dio.
Il cieco, al contrario, accoglie la sua cecità ed il bisogno che qualcuno lo aiuti.
Anche noi possiamo illuderci di vedere. La cecità ci fa scambiare una cosa per un’altra; essa ci impedisce di sentire Dio come amore e ci fa erroneamente interpretare le vicende della vita.
Abbiamo bisogno di essere guariti da una visione che vede solo una catena del male, che accusa la nostra vita fino a stabilire un’errata equazione tra benessere materiale ed innocenza, tra malessere e colpevolezza. Ma così non è!
Accogliamo con pace, senza inutili accuse e falsi teoremi di condanna, ciò che siamo, sapendo che la propria povertà, di qualsiasi tipo, non è un castigo o una condanna, ma il punto di partenza perché si manifestino le opere di Dio nella nostra vita. La nostra povertà è pegno della visita di Gesù e della misericordia di Dio.
Allora diventeremo testimoni della bontà di Dio e che presso di Lui non vi è castigo.
Il Vangelo ribalta le nostre errate convinzioni ereditate dai nostri progenitori, come racconta il testo biblico, perché possiamo riappropriarci di un Dio di cui avevamo dimenticato la Sua vera natura di amore e che avevamo trasformato in un Dio rabbioso e vendicativo a causa del torto causato. In realtà possiamo essere felici per ciò che siamo, possiamo permetterci di essere poveri sapendo che la nostra miseria è profezia della presenza di Dio che si china su di noi e opportunità per testimoniare che siamo tutti un cieco guarito, un medicante arricchito, un povero peccatore perdonato amato da Dio, sempre e comunque.
Non si tratta di cercare il colpevole, chi ha peccato, ma di lasciarci toccare dalla misericordia di Dio che mai ha smesso di amare.











