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Commento al Vangelo, 11 ottobre 2026 – Mt 22,1-14

Todos, Todos, Todos (Tutti, Tutti, Tutti) è il segno che la Chiesa non è «la comunità dei migliori», ma «la Madre di tutti», un approdo fraterno e accogliente per ciascuno, dove vige la logica delle «braccia aperte» e non del «dito puntato», perché tutti – giovani e vecchi, sani e malati, giusti e peccatori – sono importanti e nessuno è «inutile» o «superfluo» (papa Francesco, Lisbona, 4 agosto 2023).
Questo pensiero esprime molto bene il significato profondo della parabola del banchetto di nozze. È l’annuncio dell’invito alla festa da parte di Dio che va oltre ogni barriera etnica, religiosa e morale, al quale sono invitati tutti, con l’unica condizione d’indossare l’abito adatto.
Ad ognuno è data questa possibilità, non solo a qualcuno.
Ma qual è questo abito nuziale, visto che è richiesto a tutti gli invitati, sia cattivi che buoni?
Da ciò che si comprende dalla parabola, si deduce che non è certamente un vestito fatto da opere buone; non è questione di moralità, seppure è il primo pensiero che viene in mente.
Questo abito può suggerire diverse considerazioni, ma una mi pare essere la più adatta, che vale per tutti gli invitati: convertirsi allo spirito della festa per poterci rimanere e non essere cacciati fuori.
Ma cosa significa convertirsi allo spirito della festa?
Convertirsi allo spirito della festa significa adeguarsi a ciò che si festeggia, cioè alla generosità di Dio che invita tutti a godere della Sua vicinanza. Non si festeggia mai da soli, ma sempre assieme. Sembra che il nostro Dio sia incapace di vivere da solo e senza festeggiare. Sembra che abbia proprio bisogno di tutti noi.
Non è una festa che noi possiamo organizzare e verso la quale neppure possiamo vantare qualche diritto di presenza; a noi sta solo accogliere l’invito e partecipare.
Forse qui troviamo la chiave per capire cosa sia questo abito nuziale: saper accogliere di essere invitati nonostante la nostra indegnità. È una festa a cui si partecipa eliminando ogni autosufficienza, ogni autorefenzialità, riconoscendo che il dono di Dio è gratuito. La nostra dignità consiste nel saper accogliere che per Dio nessuno è inutile o superfluo. È lasciarsi amare così come siamo.
E all’invito si risponde con gratitudine, una gratitudine che riconosce la bontà e la generosità del Donatore, che vuole dare a tutti la possibilità di partecipare al dono della comunione, di stare nella Sua casa.
Forse il nostro più profondo problema è quello che non ci sentiamo abbastanza degni per accettare di essere importanti per Dio, di essere parte di questi todos (tutti) che Dio chiama alla Sua festa. È vincere ogni nostra resistenza e abbandonarsi nelle Sue mani.
Per questo, per quanto ci è possibile, viviamo senza stress nel cercare di essere migliori di quello che siamo ora; cerchiamo, invece, di vivere in una continua gratitudine perché amati da Dio, sempre e comunque. In questo modo ci vestiremo di gioia e saremo testimoni della grande bontà che Dio ha verso tutti.
Quindi, facciamo di tutto per rimanere alla festa.