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Commento al Vangelo, 6 settembre 2026 – Mt 18,15-20

In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro.

In questi due versetti sono racchiuse alcune indicazioni per una vita evangelica, che per sua natura è segnata dall’amore fraterno (cfr. 1Gv 4,20-21).
Nel primo versetto si parla della necessità di mettersi d’accordo per rivolgersi a Dio. La vita di fede è essenzialmente comunitaria, un continuo avvicinarsi per accordarsi, per cercare di avere gli stessi sentimenti fino a diventare un cuore solo e un’anima sola. Non esiste una fede individualista; la fede per essere autentica esige sempre una dimensione comunionale concreta. La fede cresce nella misura che si vive nell’amicizia.
Nel secondo versetto vi è il frutto di questo accordo: la presenza di Dio. La presenza di Dio sembra essere legata all’essere riuniti in comunione. È un’affermazione forte che richiede la capacità di incontrarsi e di accogliersi. In questo modo non solo il fratello è segno di Dio, non solo è colui che si deve amare, ma diventa “causa” della presenza di Dio, “causa” di grazia. L’essere riuniti diventa così imprescindibile. È una chiamata ad una unità, non generica, ma che esige accordo, disponibilità ad incontrarsi continuamente fino a diventare amicizia.
Alla luce di questo si comprende l’invito a recuperare l’unità con il fratello espresso nel Vangelo. Non si tratta di saper come correggere colui che sbaglia; è, invece, l’invito a far di tutto perché ancora ci si possa incontrare e così presentarsi insieme come fratelli a Dio e poter testimoniare la Sua presenza come Padre, che vive dove c’è disponibilità a cercare la comunione.
In sintesi, potremmo dire che non è lecito abbandonare il fratello, perché ciò impedirebbe e menomerebbe la nostra fede, rendendoci inefficaci nell’azione e opachi nella testimonianza.
Ognuno di noi è debole e può cadere in qualche colpa, nessuno escluso. Pertanto la comunità è chiamata a fare il possibile perché ci sia un recupero di colui che devia dal cammino di comunione. Questo comporta tessere nuovamente una rete di amicizia e di fiducia, andando oltre ad un semplice perdono o reintegrazione.
Se manca il fratello, manca Dio; questa sarebbe una tragedia qualora si verificasse. Questa mancanza ci rende deboli nella fede, nella preghiera e nella testimonianza. Secondo il racconto evangelico non basta essere in 99 pecore, bisogna arrivare al numero 100 (cfr. Mt 18, 12-14).
Ecco che il legare e lo sciogliere è da intendere in modo carismatico: usare misericordia per creare accordo. È attraverso la comunione, accordata da Dio attraverso i fratelli, che si ha la conferma della propria salvezza; diversamente è molto problematico sentire che lo siamo. Potremmo dire che da soli non c’è benedizione! La salvezza esige sempre un accordarsi. Cercare la comunione è essere docili allo Spirito che crea amicizia tra gli uomini.
Denunciare il male non deve essere mai la priorità; la priorità è la ricerca della comunione perché tutti possano sentire nell’amore fraterno la presenza del Signore. Così nessuno si perderà.