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Commento al Vangelo, 12 luglio 2026 – Mt 13,1-23

Perché a loro parli con parabole?
È la domanda che i discepoli rivolgono a Gesù per il fatto che parla di molte cose alla folla con parabole.
Perché usare le parabole e non un discorso più chiaro, senza sfumature e senza dar adito ad interpretazioni soggettive? Perché non usare un messaggio fatto di densi e inequivocabili concetti dove il cuore non deve entraci per evitare derive pericolose? Si pensa che la fede non abbia bisogno del cuore e che la conoscenza sia una questione solo di testa.
In realtà Gesù introduce un nuovo modo di conoscere: Dio si conosce con il cuore. Oserei dire che le cose di Dio si percepiscono primariamente con l’affetto, con il desiderio che dilata la nostra immaginazione fino a farci intuire la bontà e la bellezza di una verità rivelata.
L’intenzione di Dio è che tutti gli uomini giungano alla salvezza e alla conoscenza della verità (cfr. 1Tm 2,4). Per capire questa affermazione è bene porsi due domande: cos’è la salvezza e come conosciamo la verità?
La salvezza è essenzialmente Dio con noi, Dio che ci sta accanto e ci benedice con la Sua misericordia. Salvezza è comunione. Essa è un dono gratuito; è Dio che è in comunione con noi, non il contrario.
E questa vicinanza manifesta la verità fondamentale che siamo chiamati a conoscere: Dio è amore (cfr. 1Gv 4,8).
Quindi lo scopo dell’annuncio è proiettare l’uomo in una dimensione affettiva dove ognuno si possa sentire amato. È questa infatti l’opera dello Spirito Santo in noi: farci sentire che siamo figli (cfr. Rom 8,15-16). Non è il sapere che ci avvicina a Dio, ma il cuore. Dio predilige il nostro sentire. Questo non significa disprezzare la mente; ciò sarebbe contro la nostra natura.
Bisogna solo che la mente segua il cuore, si lasci scaldare dall’affetto, si lasci fecondare dall’immaginazione per intuire e sentire profeticamente l’amore di Dio. Diversamente la nostra fede correrebbe il rischio di diventare un costrutto intellettuale e culturale, un’ideologia e non un’esperienza concreta.
Ecco che le parabole diventano il modo di vivere affettivamente l’esperienza di fede. Le parabole trasmettono sentimenti, affetti, sogni; esse fanno sentire più che capire. È il linguaggio dei simboli, i quali più che contenuto, trasmettono affetto. E di questo abbiamo bisogno, non solo di sapere che siamo amati, ma che sentiamo l’amore di Dio per noi.
Più profondamente le parabole manifestano la ferma volontà e metodologia di Dio con noi: vuole entrare in contatto con noi attraverso l’amore. Non è la verità che cambia la vita, ma l’amore.
La parabola del seminatore ne è un esempio. Essa proietta chi ascolta in un immaginario dove prevale la figura del seminatore che semina dovunque, con la certezza che qualche seme troverà il terreno adatto e produrrà frutto. E questo seminatore è Dio che non si scoraggia di seminare amore perché sa che in noi troverà, prima o poi, un terreno adatto. Se così è il seminatore, sorge spontaneamente la gioia di collaborare preparando un terreno adatto per accogliere il seme e, soprattutto, nasce la gratitudine perché siamo continuamente visitati da Dio.
Ecco che la parabola, in definitiva, descrive un Dio pieno di passione per noi, tenace e fiducioso.
Questo, più di tanti concetti, sentimentalmente ci seduce e ci coinvolge nell’intenzione divina che vuole seminare in noi la Sua parola di libertà facendo germogliare in noi gratitudine e sequela proprio perché ci sentiamo amati da Dio.
Le parabole ci fanno conoscere i misteri del regno dei cieli, un conoscere fatto di vedere e udire il grande amore di Dio per noi.
Ascoltare le parabole del Vangelo, se mi è permesso dirlo, è partecipare alla dinamica amorosa di Dio che non ci lascia mai soli e che con noi condivide il Suo affetto.