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Commento al Vangelo, 7 dicembre 2025 – Mt 3,1-12

Fate dunque un frutto degno della conversione… ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco.
Questo è il monito di Giovanni Battista rivolto ai molti farisei e sadducei che si recavano al suo battesimo. Ci si domanda in che cosa mancavano queste persone che erano scrupolose osservanti della Legge. Di quale conversione avevano bisogno? E poi perché andare a farsi battezzare? Non avevano forse già la Legge, il culto, il tempio?
Ci aiuta nella risposta Giovanni Battista quando ricorda loro di non illudersi di avere per padre Abramo, di essere suoi discendenti per sentirsi a posto.
È la classica illusione di cercare la sicurezza in un insieme di regole fino a confonderla con la fede stessa, pensando che la salvezza sia una ricompensa delle opere buone. In realtà essa è e rimane solo un dono che generosamente Dio dona a tutti coloro che la necessitano e la accolgono. La fede non si identifica con purità cultuale o morale, ma con un’adesione della vita a Dio nonostante le nostre imperfezioni e miserie. Per Giovanni Battista il centro della religione è un cuore umile e fiducioso così come affermava la più genuina tradizione profetica. È questo che ci mette in comunione con Dio.
Forse la conversione che Giovanni Battista chiedeva era proprio quella del cuore, di un andare oltre le prescrizioni esterne. Ciò che conta è avere un cuore che dipende da Dio, che sa attendere il Suo intervento e che sa invocare umilmente il Suo aiuto. La vera religione consiste non nel fare qualcosa di buono, ma fondamentalmente nel saper attendere il Signore che ci viene incontro.
Forse sono queste le vie che dovremmo raddrizzare: non preoccuparsi del merito e della ricompensa, ma dell’accoglienza della misericordia. E questo comporta l’attesa fiduciosa della visita di Dio le cui sembianze sono quelle di un buon pastore che ama le sue pecore.
In questa ottica si comprende il seguito dell’annuncio di Giovanni Battista: colui che viene dopo di me è più forte di me… egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Questo era infatti il messaggio centrale di Giovanni Battista: la venuta del Messia che porterà in dono una vita nuova. È il messaggio di un Dio che viene incontro alla miseria del Suo popolo, che manca di forza e necessita misericordia. Così predicando Giovanni Battista prepara un popolo conscio delle sue povertà, ma ricco di speranza perché si sa affidare alla bontà di Dio.
Così facendo, Giovanni Battista anticipa il messaggio di Gesù, un messaggio incentrato sulla gratuità della grazia, sull’accoglienza del diseredato, sulla misericordia rivolta a tutti dove Dio si rivela come padre di cui noi siamo figli. Giovanni Battista stabilisce la fine di un modo di vivere la fede fatta di prescrizioni in favore di un altro modo dove non è l’uomo che si salva, ma è Dio che salva, Lui solo. Questa è la conversione invocata dal Precursore: da servo a figlio, da giusto a peccatore perdonato. Nella visione evangelica il fondamento è il ricevere. Per questo si attende la venuta del Signore perché quando viene, porta sempre la benedizione; Egli non viene a castigare, ma a dare abbondanza di vita nuova.
Coloro che si ritengono giusti invocano il castigo per essere confermati nella loro giustizia, chi invece sa di essere peccatore, non può fare altro che sperare. E la speranza non delude perché Dio è buono. Allora l’attesa diventa preghiera fiduciosa, che ci guarisce da ogni ansia e ci trasforma in strumenti di compassione gli uni verso gli altri.
Non scoraggiamoci di quello che siamo, delle difficoltà della vita, ma attendiamo Colui che certo verrà con la Sua benedizione. Attendiamo alzando le nostre mani al Cielo certi che lo Spirito trasformerà i nostri cuori. Il Signore viene a visitarci proprio perché siamo poveri: la nostra miseria è la vera prova della Sua bontà e della Sua venuta.
Vinciamo la tentazione di crederci a posto accogliendo che siamo necessitati e che solo Dio può risollevarci.
Questo è il cuore del Vangelo, come predicava Giovanni Battista: la bontà di Dio che si avvicina a chi riconosce la sua indigenza.