Approfondimenti

Commento al Vangelo, domenica 20 settembre 2020 – Mt 20,1-16

Proponiamo di seguito il commento al Vangelo di oggi 20 settembre 2020.

“Io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te”. Penso che questa sia l’espressione chiave per
comprendere il significato della parabola.
Siamo sempre nel contesto del vangelo di Matteo e quindi si comprende bene l’intento del dramma d’Israele, che non riconosce e non accoglie il Messia per cui l’annuncio evangelico si apre ai pagani, che sono chiamati alla stessa eredità. Ebrei e Gentili sono accomunati dalla stessa ricompensa. Infatti tra i lavoratori della prima ora e quelli dell’ultima non c’è differenza di trattamento: tutti ricevono la stessa paga, come del resto è stato accordato. Lo stesso trattamento riservato a tutti gli operai, indipendentemente da quanto abbiano lavorato, in realtà non è altro che una chiamata per Israele a gioire per la bontà del Signore, il quale largamente dona non in base ai meriti o alle prerogative, ma a tutti dona secondo il suo amore. È un Dio che ama tutti in modo generoso senza distinzioni etniche e neppure morali. Dalla parabola esce un volto di Dio che vuole dare tutto a tutti.
Gioire perché Dio è buono è forse uno dei nostri veri e profondi problemi. Accogliere che il nostro Dio ama sempre e che continuamente chiama ogni uomo per dare a ciascuno la stessa ricompensa, grande, scossa e abbondante. Come accogliere un Dio che si comporta così, che sembra andare contro ogni giusta logica di
retribuzione? Infatti sembra comprensibile la reazione di protesta degli operai della prima ora, che, essendo i
primi e avendo lavorato tutto il giorno, vengono trattati come coloro che hanno lavorato un’ora soltanto. Dal loro punto di vista, Dio si presenta come ingiusto. Come non dargli torto? Ma se ci mettiamo dal punto di vista degli ultimi, degli operai dell’ultima ora, allora Dio appare misericordioso.
Ecco cosa dobbiamo fare: metterci sempre all’ultimo posto. Mettersi all’ultimo posto è assumere uno stile di vita dove si lascia prevalere la misericordia perché si è coscienti che siamo bisognosi di accoglienza e di perdono. In quest’ottica il lavorare per il Signore non è altro che un atto della bontà verso di noi che non ci lascia in preda dell’ozio, ma ci considera degni e capaci di lavorare nella vigna di sua proprietà. Lavorare per il Signore è vivere la fiducia che Dio ha in noi. Il lavoro per il Regno è un dono, non mai un onere. Si lavora con il cuore grato.
Ecco un atteggiamento fondamentale per la nostra vita: gratitudine per ciò che siamo chiamati a fare, gratitudine per la bontà del Signore, gratitudine perché ci chiama, gratitudine per la sua generosità pur sapendo di non essere meritevoli di nulla. Dobbiamo imparare a stare davanti al Signore non con un atteggiamento di pretesa, ma di gratitudine sapendo che siamo peccatori e bisognosi di attenzione, accoglienza, comprensione e perdono. Lavorando per il regno riacquisto fiducia nell’amore che Dio ha per me.
Così facendo, con la gratitudine e con la consapevolezza che siamo poveri vinciamo l’invidia che ci impedisce di gioire per la bontà del Signore e di condividere questa sua generosità. Accogliamo che siamo miseri e non smettiamo mai di ringraziare per la misericordia che il Signore ha per noi. Così come Dio ci chiama nella sua vigna, allo stesso modo facciamo con i nostri fratelli: non lasciamoli in preda dell’ozio. Ognuno ha un dono da condividere, ognuno può lavorare insieme a noi per il Regno di Dio. Accogliamo il fratello, lavoriamo assieme e allora impareremo a condividere con lui la ricompensa. Allora sapremo gioire insieme per la bontà di Dio e non
mancheremo di nulla.
In conclusione: accogliamo la nostra povertà, siamo grati e condividiamo la gioia della ricompensa. Scopriremo così che siamo tutti figli di un unico Padre, che tutti ama; saremo testimoni della salvezza generosa e abbondante che Gesù ci ha donato, una salvezza dove nessuno è escluso.