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Commento al Vangelo, 4 gennaio 2026 – Gv 1,1-18

Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi.
Questa affermazione tratta dal Vangelo di Giovanni è semplicemente sconvolgente. Un Dio che si fa carne e che viene a stare con noi è inaudito. Ma questo è il modo di fare di Dio, come scritto nel Deuteronomio: Interroga pure i tempi antichi, che furono prima di te, dal giorno in cui Dio creò l’uomo sulla terra, e chiedi da un’estremità dei cieli all’altra se vi fu mai una cosa grande come questa o si è mai udita una cosa simile a questa (Dt 4,32).
Con l’incarnazione cambia la nostra visione di Dio. Egli smette di essere un Qualcuno lontano, ma diventa uno di noi. Ma ciò che colpisce ancora di più è il perché di questa incarnazione: per mostrarci il vero volto di Dio, un volto di un Padre che ama. Così dice il Vangelo: Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.
Da ciò consegue non solo che siamo amati, ma che la nostra stessa carne, ferita, appartiene a Dio stesso: siamo amati così come siamo.
Guardando la nostra carne possiamo così intravedere Dio, intuire il Suo cuore e il Suo vivere. Se il Verbo si è fatto carne, allora nella nostra carne c’è l’impronta di Dio, una carne fatta di sentimenti e fisicità. Conoscendo l’uomo concreto e immergendoci nella sue vicende incontriamo Dio e la Sua vita. Questo è ancora di più scandaloso e meraviglioso.
Oso dire che Dio ha l’odore della nostra carne o, detto meglio, noi profumiamo della carne di Dio. Solitamente e correttamente si afferma che siamo creati ad immagine e somiglianza di Dio, ma questo coinvolge anche la nostra carne fino a dire che Dio assomiglia a noi.
Questa comunione è il vero mistero e dono del Natale, una comunione più forte della morte.
Il Verbo è sempre stato accanto a noi ed ora si rende visibile nella nostra carne. Egli desidera sopra ogni cosa farci sentire la Sua vicinanza. È una venuta che sa d’amore, un amore che non disdegna di stare con noi peccatori la cui carne è ferita e bisognosa di guarigione; la Sua bontà supera ogni male. Ecco che qui si saldano le due visioni dell’incarnazione, quella dell’amore con quella della salvezza. Dio viene a stare con noi e il Suo stare con noi è salvezza, è misericordia.
Egli viene non solo per purificarci dal peccato, ma soprattutto per consolare e assicurare che possiamo sentirci da Lui amati.
In questa ottica si comprende ancora di più cosa significa l’espressione biblica che chi ama il fratello che vede, ama Dio stesso che non vede (cfr. 1Gv 4,20), che servire il fratello, è servire Dio (cfr. Mt 25,37-40), che stare con il fratello è stare con Dio. La carne del nostro fratello diventa in qualche modo la carne di Gesù.
Ecco che pure noi, sull’esempio di Gesù, siamo chiamati a diventare carne per abitare in mezzo ai fratelli, per rimanere in questo mondo e far risplendere la gratuità della grazia, per far brillare la verità che Dio è l’Emmanuele, il Dio con noi.
Possiamo vivere un’incarnazione continua che si chiama fratellanza, una vicinanza fatta di accoglienza e di dono, di misericordia e di riconoscimento della benedizione che l’altro porta con sé. È vivere da figli e fratelli di uno stesso Padre in una comunione segnata da una misericordia reciproca. Allora saremo testimoni credibili del dono gratuito e incondizionato di Dio presente in noi.