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Commento al Vangelo, 22 marzo 2026 – Gv 11,1-45

Di fronte a questo brano evangelico ci si domanda del perché Gesù abbia lasciato che Lazzaro morisse e perché solo dopo l’abbia risuscitato. Tutto questo per motivi apologetici, pedagogici, dottrinali o semplicemente umani?
A rispondere a questa lecita domanda ci aiutano alcune note che troviamo nel racconto.
Prima di tutto ciò che colpisce è come Gesù chiama Lazzaro: il nostro amico… Così pure quando le sorelle di Lazzaro, Marta e Maria, gli mandano a dire che è malato, sottolineano: Signore, ecco, colui che tu ami è malato.
Esiste un rapporto di amore tra Gesù e Lazzaro e le sue sorelle. Questa nota dona uno spessore umano carico di affetto. Per Gesù Lazzaro non era uno qualsiasi, era Suo amico. È un Gesù sensibile all’amicizia. Diversamente non potrebbe essere per il fatto che Gesù si è fatto carne e per questo ama con affetto, come ci ha ricordato papa Francesco nella sua ultima enciclica Dilexit nos (DN 61).
Il susseguirsi degli eventi descritti nel brano evangelico mostrano questo affetto di Gesù come la causa scatenante del miracolo della resurrezione.
Gesù, giunto da Lazzaro, lo trova morto già da quattro giorni. Era in ritardo. Infatti questo sarà il rimprovero che Marta e Maria rivolgeranno a Gesù. Ma davanti al dolore di Maria che, gettata ai Suoi piedi, la vede piangere e così piangere anche i Giudei presenti, Gesù si commuove profondamente e chiede di vedere dove avevano deposto Lazzaro. È Gesù che chiede di vedere il Suo amico, dove si trova e com’è la sua situazione. Alla risposta, Signore, vieni a vedere, Gesù scoppia in pianto.
Alcuni autori dicono che il pianto di Gesù era dovuto all’incredulità, altri a causa della condizione peccatrice dell’umanità; ma è più naturale e più evangelico dedurre che Gesù piange perché amava Lazzaro. È Gesù che partecipa al dolore e condivide fino in fondo cosa significhi perdere un amico. Infatti i Giudei non poterono altro che dire: «Guarda come lo amava!». Potremmo quindi dire che ciò che ha provocato il miracolo della resurrezione è stato l’amore che Gesù aveva per Lazzaro. Questo è ciò che fa l’amore di Dio per noi: ci fa risorgere.
È facile che ci ammaliano di tante malattie che inesorabilmente portano ad una morte esistenziale, dove ogni speranza di un cambio viene annullata. C’è la necessità di una profonda guarigione che viene solo da un amore che sa accogliere, che sa stare vicino, che sa consolare, che non abbandona. E questa è la missione di Gesù: stare con noi sempre.
Di fronte a questa scena evangelica che fa brillare il vero volto amorevole di Dio, non scoraggiamoci se sembra che Dio ci abbia dimenticato perché la Sua misericordia sempre arriva per sollevarci. Siamo invitati a rimanere nella pace e a non disperare perché per Dio c’è sempre una possibilità.
Nello stesso tempo siamo chiamati a diventare noi stessi strumenti di guarigione attraverso un amore che vuol vedere la sofferenza del fratello e si sa commuovere. È l’invito ad una vera vicinanza che sa di affetto. E l’affetto nasce nella misura che mi avvicino alle piaghe del fratello, quando mi lascio commuovere dal suo dolore, quando rimango accanto e non scappo per rifugiarmi in comodità, magari religiose. Oserei dire che ci sono molti Lazzari ammalati proprio perché possa nascere una vera fraternità, una vera solidarietà, un vero affetto fraterno che ha profumo di resurrezione.
Una vera evangelizzazione non si limita ad annunciare che “Cristo è risorto!” e le verità divine, ma sa incarnarsi mediante un’accoglienza calda e generosa. Senza “un grazie per accogliermi”, non ci sarà mai un annuncio credibile, per quanto ortodosso sia.
Concretamente, non scappiamo dalla zizzania che vediamo, ma con uno sguardo benevolo e lungimirante aiutiamo a far rinascere la speranza di una resurrezione in tutti coloro che non attendono più. Avviciniamoci gli uni agli altri, non per giudicare, ma per ascoltare le ferite che parlano e chiedono comprensione; allora il deserto potrà ancora rifiorire, saremo segno di resurrezione e il male non farà più paura.