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Commento al Vangelo, 19 marzo 2023 – Gv 9,1-41

Nel Vangelo ci sono due personaggi principali che attirano l’attenzione: il cieco nato e il gruppo dei farisei. Entrambi soffrono di cecità: il cieco per cause naturali, i farisei perché non riescono a vedere in Gesù il Messia, ma solamente uno che trasgredisce la legge, un peccatore. Solo uno di questi, il cieco nato, riacquisterà la vista, mentre i farisei rimarranno nella convinzione che gli impedisce di riconoscere Gesù come l’inviato del Padre.
Il cieco accoglie la sua cecità e il bisogno che qualcuno lo guarisca. Lascia che Gesù gli spalmi del fango e lo mandi fino alla piscina di Siloe. Vive in un atteggiamento di accoglienza, si rende disponibile al Signore che lo ha scelto per mostrare che nessuno è condannato a causa dei propri sbagli e lo trasforma in un testimone.
I farisei, invece, credono di vedere e per questo non vogliono che qualcuno cambi la loro visione; rimangono insensibili e chiusi alla testimonianza del cieco nato. Anche di fronte all’evidenza non vogliono vedere il dono di Dio. Si illudono di vedere e non sanno riconoscere la loro cecità. Non riconoscono che hanno bisogno di qualcosa di diverso. Sono chiusi al dono di Dio, impegnati a salvare le loro prescrizioni religiose.
Anche noi possiamo illuderci di vedere, ma in realtà non vediamo. Rimaniamo chiusi nel nostro mondo e fondiamo la nostra speranza sulle nostre convinzioni, sulle nostre capacità, sui nostri meriti e non sul dono di Dio. La cecità ci fa scambiare una cosa per un’altra; essa ci impedisce di vivere il dono di Dio. Abbiamo bisogno di essere guariti da questa disperazione che vede solo la catena del male, una continua accusa che sostiene che la nostra vita dipende dai nostri sbagli e non dalla misericordia di Dio e non riesce a scorgere la luce che è presente. Uno che si sente a posto, non sarà mai aperto al dono di Dio e al suo aiuto.
Accogliamo con pace, senza inutili accuse, ciò che siamo sapendo che la propria povertà, di qualsiasi tipo, non è un castigo o una condanna, ma il punto di partenza perché si manifestino le opere di Dio nella nostra vita. E le opere di Dio sono la sua misericordia. La nostra povertà è profezia della visita di Gesù.
Non angustiamoci se l’agire Dio sembra strano nei modi e nei tempi. Il cieco nato non si è fatto tante domande o ricerche di ciò che Gesù stava facendo per la sua guarigione: ha accolto, ha obbedito ed ha visto. Non agitiamoci se tutto non è lineare e immediato, se non si capisce tutto, ma rimaniamo in pace sapendo che gli eventi della vita sono uno strumento usato dal Signore per la nostra salvezza.
La guarigione del cieco nato è avvenuta per gradi e solo una volta che ha obbedito al Signore ha ricevuto la vista, non prima. Il cieco ha dovuto andare fino alla piscina e lavarsi. Non spaventiamoci se non vediamo subito dei risultati, ma continuiamo a sperare nel Signore sapendo che il traguardo si raggiunge passo dopo passo. In questo modo si diventa testimoni non delle proprie convinzioni, ma della misericordia di Dio. Il cieco non esita a riconoscere che Gesù è il Messia. Non si tiene il dono ricevuto per se stesso; non si vergogna di ciò che era, ma diventa lui stesso portatore di luce, il vero inviato per indicare Gesù come il Messia.
In definitiva il Vangelo ci suggerisce di essere felici per ciò che siamo, di non scoraggiarci delle vicende della vita e di essere fedeli in ciò che la nostra povertà ci permette. Allora diventeremo testimoni di Gesù.
Il vero testimone è sempre un cieco guarito, un povero peccatore continuamente perdonato che vede la presenza della misericordia di Dio nella sua vita, sempre e comunque.