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Commento al Vangelo, 15 ottobre 2023 – Mt 22,1-14

La parabola del banchetto di nozze presenta l’apertura universale della salvezza alle genti, che va oltre ogni barriera etnica e religiosa, alla quale sono invitati tutti, buoni e cattivi, con l’unica condizione d’indossare l’abito adatto. Israele, rappresentato dai primi invitati alle nozze, rifiuta il Messia. È il dramma d’Israele. Allo stesso tempo, è un avvertimento per ciascuno di noi a non ritrovarci da invitati ad esclusi.
Un primo elemento che risalta dal brano è l’intenzione di Dio di renderci partecipi della festa, identificata con le nozze organizzate da un re per suo figlio. Il Regno dei cieli è un partecipare al dono di Dio. E il dono consiste nel comunicarci il Suo amore attraverso l’invio di Suo Figlio Gesù. È Dio stesso che prende l’iniziativa per comunicarci ciò che di più prezioso ha: il dono della comunione che assomiglia ad un patto nuziale, che per sua natura è perpetuo, esclusivo e fecondo, dove non può se non esserci che festa.
È un Dio che ama la festa nella quale vuole coinvolgerci. Egli prepara tutto per noi e sembra che senza di noi non ci sia festa. Non è una festa che noi possiamo organizzare; a noi sta solo accogliere l’invito e partecipare. Oserei dire, a mo’ di parabola, che è un Dio che ha bisogno di noi per vivere la festa, che senza di noi sarebbe un Dio triste. È un Dio buono e generoso che noi possiamo far felice accogliendo il Suo invito.
Dall’altra parte emerge la noncuranza degli invitati. Avevano cose più interessanti da fare fino al punto da disprezzare l’invito arrivando ad uccidere i servi incaricati di portare l’invito. Erano troppo presi dai loro interessi per rendersi disponibili ad accogliere un dono. Non ne avevano bisogno.
Forse è questo pure il nostro problema: non ci sentiamo abbastanza bisognosi per cambiare, per accettare una diversa proposta di vita. Spesso ci manca la percezione esistenziale della nostra miseria per cui pensiamo che non abbiamo bisogno di Dio. Non centra la dimensione morale; è semmai un atteggiamento fondamentale di sentire il bisogno che la vita venga abbellita dalla gioia, il bisogno di sentirsi invitati, il bisogno di sentirsi importanti per qualcuno. Quando c’è questo bisogno interiore, allora si sa riconoscere la grande opportunità che Dio ci offre e si accoglie l’invito come un dono desiderato.
Siamo chiamati ad essere sinca eri con noi stessi e a riconoscere che la vita potrebbe essere migliore. Dobbiamo imparare non vergognarci di questa povertà che è la cifra della nostra esistenza bisognosa di Dio, una povertà che diventa la porta aperta per Dio e non una conferma della nostra perdizione. San Francesco di Sales direbbe di amare la propria abiezione.
Un secondo elemento è dato dall’abito: senza un vestito adatto si è cacciati fuori dal banchetto.
Per partecipate alla festa è necessario essere vestiti con l’abito nuziale.
Questo abito può suggerire diverse considerazioni, ma una mi pare essere la più adatta, che vale per tutti gli invitati, sia i buoni che i cattivi, come dice la parabola: convertirsi allo spirito della festa. Convertirsi allo spirito della festa significa adeguarsi a ciò che si festeggia, assumere un atteggiamento corrispondente quale la gioia, la gratitudine. Non si partecipa ad una festa di nozze nella tristezza, nell’amarezza e nella sciatteria.
Ecco, quindi, l’invito a vivere la nostra esistenza come un invito a partecipare alla bontà di Dio nella gratitudine e nella gioia. San Paolo direbbe: Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti. La vostra amabilità sia nota a tutti. Il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti (Fil 4,4,-6).
Gratitudine e gioia ci permettono di vivere il Regno dei cieli come una grande festa e di rimanere in comunione con Dio insieme ai fratelli.