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Commento al Vangelo, 15 febbraio 2026 – Mt 5,17-37

Non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento…se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.

Con queste parole Gesù introduce la novità del messaggio evangelico. Non si tratta solo di osservare i precetti antichi, ma di andare oltre.
Verso dove? Verso l’eroismo dell’amore, cioè verso la misericordia e la comunione. Quindi non si tratta più di essere giusti, ciò non basta; bisogna, invece, spingerci ad imitare Dio il quale è amore.
Non basta non uccidere, non commettere adulterio, non giurare il falso, serve, al contrario, assumere una visione positiva; si tratta di amare in modo da diventare strumenti di riconciliazione. Con Gesù finisce una visione negativa dove si comanda ciò che deve essere evitato ed inizia un nuovo modo di pensare e di fare, cioè fare il bene.
Ponendo a confronto due modi di vivere, quello evangelico e quello degli scribi e dei farisei, Gesù pone in atto il compimento della Legge che diventa nuova.
L’agire degli scribi e dei farisei è legato all’osservanza della Legge nei minimi dettagli. In questo consiste la loro giustizia, cioè nell’osservare i comandamenti indipendentemente da ciò che si sente nel cuore. Per loro conta la pura osservanza di un comandamento, anche se viene a mancare una corrispondenza interiore. Si è buoni per dovere, anche se non sempre lo si è e non si vorrebbe esserlo.
Gesù, invece, va oltre lo scritto e punta al cuore. Per Gesù la giustizia consiste nell’amore. Non c’è amore senza partecipazione del cuore. Una religione dove è assente il cuore manca di vita, di calore, di vicinanza tipica del Vangelo. Dio non ama solamente, ma prova affetto per noi come più volte ricordato nell’enciclica di papa Francesco Dilexit nos sull’amore umano e divino del cuore di Gesù Cristo. […] Già Pio XII ricordava che la Parola di Dio, dove descrive «l’amore del Cuore di Gesù Cristo, non comprende soltanto la carità divina, ma si estende ai sentimenti dell’affetto umano. […] Pertanto il Cuore di Gesù Cristo, unito ipostaticamente alla Persona divina del Verbo, dovette indubbiamente palpitare d’amore e di ogni altro affetto sensibile» (Dilexit nos 61). Con Gesù la priorità non è più “non devi fare il male”, ma “puoi fare il bene”. Il centro non è il male da evitare, ma il bene che si può fare.
E questo affetto si concretizza nella misericordia. Significa riconciliarsi con il fratello per poi presentarsi assieme a Dio. La perfezione individuale lascia il posto alla perfezione comunitaria che significa saper rispettare l’altro, saperlo accogliere, valorizzarlo, perdonare e camminare assieme. Potremmo dire che la vera felicità consiste non nell’essere a posto con i dettami delle regole religiose, ma nel saper vivere da fratelli e da amici.
Gesù ripete più volte l’espressione fu detto agli antichi… ma io vi dico per indicare che ora vi è qualcosa di nuovo e di più grande della Legge. Ora Dio viene ad assumere un volto nuovo, completo: Egli è amore e ciò che conta è amare.
In questo consiste il regno annunciato da Gesù: andare oltre ciò che è giusto per dare la vita per gli altri in modo da rendere l’altro amico come ha fatto Gesù che ci ha chiamato amici e ha dato la vita per noi. È questa la fisionomia propria del regno annunciato da Gesù.
A noi come discepoli è rivolto l’invito: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,34-35).