Approfondimenti

Commento al Vangelo, 13 aprile 2025 – Lc 19,28-40

In questo brano, che narra dell’entrata trionfale di Gesù in Gerusalemme, possiamo intravedere alcuni significati utili per la nostra comprensione degli eventi pasquali e per la nostra vita.
Un primo significato evidente è che con questo gesto, Gesù viene identificato come il Messia atteso e predetto dalle Scritture. Infatti Gesù entra in città tra le acclamazioni della folla al modo dei re di Israele, in accordo con la profezia di Zaccaria: Esulta grandemente figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina (Zc 9,9). Cavalcare l’asino era tipico per i re d’Israele. Quando si doveva incoronare Salomone re di Israele, Davide lo fece salire sulla sua mula (cfr. 1Re 1,33). L’asino è la cavalcatura del tempo di pace. Il Messia, che viene, porta un tempo di pace, non di guerra.
Non viene per giudicare e condannare; egli offre in dono la comunione tra Dio e il Suo popolo, la misericordia e la benedizione. E così facendo Gesù e la folla profetizzano il compimento delle promesse messianiche, ciò che effettivamente avverrà da lì a pochi giorni con la resurrezione.
Da ciò si può trarre un insegnamento per la nostra vita: imparare a vedere oltre, a vedere il presente gravido di benedizioni e non di maledizioni, a vedere la resurrezione anche se bisogna attraversare un venerdì oscuro. È educare il nostro parlare proclamando che la croce è solo un passaggio e che le promesse si compiono, che Dio è fedele. Per questo ci deve sostenere la gioia.
Un altro significato, legato alla nostra missione evangelizzatrice, è dato dalla figura del puledro che viene usato come cavalcatura per l’entrata di Gesù in Gerusalemme.
Possiamo benissimo identificarci sia nel giovane asino che nei discepoli inviati a slegarlo. Tutto questo è immagine di ciò che Dio fa con noi.
Dio manda fratelli e sorelle a liberarci perché diventiamo strumenti utili per il Regno. Ne manda due, forse amici, davanti a loro. Non sono solo due collaborati, ma forse di più: discepoli che si vogliono bene. Senza amore ogni azione risulta infruttuosa.
Non hanno dovuto cercare molto: l’asino legato era davanti a loro. Non si tratta di cercare categorie speciali di persone da liberare, ma semplicemente coloro che la vita ti avvicina. Non essere selettivi, ma accoglienti.
L’asino è legato, non libero, è giovane, non abituato a lavorare, inesperto, ma nonostante tutto utile per Gesù. Forse si poteva scegliere un asino più esperto, ma questa scelta sarebbe stata troppo in linea con la nostra logica umana che spesso vuole selezionare. Per il Signore, invece, tutti sono utili, adatti e, perfino, pronti.
A noi sta solo slegarlo e portarlo da Gesù, non altro. Liberare, però, non è da confondere con purificare, preparare, convertire; liberare è fare in modo che si possa camminare fino a Gesù.
Questa è la vera liberazione: accompagnare. Ed accompagnare è camminare assieme, non da soli.
Una volta arrivato da Gesù, gettano sull’asino i mantelli: diventa un cavallo di parata. È compito di Gesù abbellire la nostra vita, trasformarla. Quando si serve il Signore, veniamo arricchiti, anche se rimaniamo pur sempre dei poveri asini.
Gesù sale sull’asino che fino ad ora nessuno aveva cavalcato. Sarà stato docile, mansueto, avrà sopportato il peso oppure tutto al contrario? Siamo chiamati a servire Gesù, anche se a volte non è facile, a perseverare perché Gesù possa raggiungere altri, senza illuderci che gli applausi non sono per noi. Il nostro compito è portare Gesù, il meglio possibile, servirlo con responsabilità perché altri lo incontrino. Questa è la gioia dell’asino, la nostra gioia: la felicità di coloro che avvicinano Gesù.
Come i due discepoli, avviciniamo i fratelli e portiamoli con noi con amore fino a Gesù: questa è la nostra chiamata.
Come il puledro, lasciamoci avvicinare dai fratelli, lasciamoci coinvolgere da loro amore e camminiamo con loro: allora la vita sarà trasformata e diventeremo segno di resurrezione.