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Commento al Vangelo, 11 agosto 2024 – Gv 6,41-51

In questo brano evangelico troviamo un pensiero che ci può aiutare nella nostra vita di ogni giorno: lo scandalo della presenza di Dio nella nostra vita.
Di fronte all’affermazione di Gesù che si proclama il pane di vita disceso dal cielo, i Giudei si scandalizzano dato che di lui sanno essere il figlio di Giuseppe. Non riescono ad accogliere che Gesù possa dire una cosa del genere. Per loro tutti questo non fa altro che eliminare ogni distanza tra il divino e l’umano.
Questo è un atteggiamento che riteniamo, purtroppo, normale nella nostra vita: pretendere di essere diversi per poter essere benedetti, il dover essere necessariamente degni per stare con il Signore, per poter ricevere qualcosa da lui; si vuole essere buoni per poter essere amati. Si vuole mantenere una giusta distanza tra Dio e noi, tra la sua santità e la nostra povertà.
Ma questa logica è contraria al vangelo: siamo amati perché Dio è buono, non perché ce lo meritiamo. Il vangelo è segnato dalla vicinanza, non dalla lontananza. Nel vangelo i contrari si attirano: grazia e perdono vanno sempre assieme perché sono la componente essenziale della misericordia.
Ecco quindi l’invito a lasciar cadere ogni pretesa ed accogliere che siamo ben visti dal Signore anche se a noi pare il contrario, anche se i fatti della nostra vita non sempre sono luminosi. È l’invito a vivere una relazione basata sulla fiducia in Dio che è fedele al suo amore per noi e che sempre vuole e attua il meglio per noi.
È questo il vero mangiare, cioè credere in questo amore che discende dal cielo per noi, un amore che si mescola con la nostra fragilità e ci sostiene. È un amore così delicato che non fa violenza, ma lascia le tracce della nostra fragilità e nello stesso tempo è così forte che dona la forza di camminare e di sperare. Proprio questa mescolanza di grazia e povertà, di delicatezza e di forza fa risplendere ancora di più la misericordia e la gratuità dell’amore che Dio nutre per noi. È una presenza che va oltre le regole del nostro pensare, una presenza che in un certo senso mantiene le nostre povertà e le riveste di forza. La vera trasformazione non è l’eliminazione di ciò che è debole, ma è accogliere la presenza di Dio nella nostra fragilità, una fragilità che non allontana Dio, ma che invece lo cementa a noi.
Solo entrando in questa logica non saremo turbati dagli eventi della vita e scandalizzati dalle nostre povertà: allora vivremo sempre.
Mangiamo di questo pane, cioè crediamo in questo amore. Accostiamoci al Signore e alla sua mensa non perché degni, ma proprio perché bisognosi. Allora riceveremo forza per camminare e incontrare ancora il Signore che mai smette di amarci.