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Commento al Vangelo, 1 novembre 2026 – Mt 5,1-12 [Tutti i Santi]

Oggi la Chiesa Cattolica celebra la Solennità di tutti i santi, di coloro che sono uniti con Gesù nella gloria del Cielo. Sono i nostri fratelli che già contemplano il volto di Dio e vivono nella beatitudine, una beatitudine che però ha avuto la sua origine in questa terra ed ora ha il suo compimento in paradiso, nella definitiva comunione con Dio. Per questo diventano i nostri predecessori nella sequela di Gesù e con il loro esempio e la loro preghiera ci sostengono verso il pieno traguardo della nostra trasformazione in Cristo.
A questa corretta esposizione, si suole aggiungere che oggi è anche la festa di tutti i discepoli, di coloro che seguono Gesù. Quindi è facile incontrare qualcuno che ti augura una buona festa.
Lo stesso, però, rimangono alcuni dubbi circa chi siano veramente i santi, sia che si tratti di persone vive o defunte. Il santo, almeno nel pensiero comune cristiano, è ritenuto colui che non commette grandi peccati, colui che ha una fede grande, che con la sua preghiera ottiene grazie e con la sua carità è capace di gesti eroici.
Ma così non è!
Nell’Esortazione apostolica Gaudete et exsultate, papa Francesco parla dei santi della porta accanto per indicare le persone comuni, che vivono una vita senza clamore, semplice, fatta di gesti ordinari. Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere… Questa è tante volte la santità “della porta accanto”, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio, o, per usare un’altra espressione, “la classe media della santità” (GE 7).
Per spiegare questa tipo di santità, nell’Esortazione viene usato il brano delle beatitudini dell’evangelista Matteo: …Gesù ha spiegato con tutta semplicità che cos’è essere santi, e lo ha fatto quando ci ha lasciato le Beatitudini (cfr. Mt 5,3-12; Lc 6,20-23). Esse sono come la carta d’identità del cristiano. Così, se qualcuno di noi si pone la domanda: “Come si fa per arrivare ad essere un buon cristiano?”, la risposta è semplice: è necessario fare, ognuno a suo modo, quello che dice Gesù nel discorso delle Beatitudini. In esse si delinea il volto del Maestro, che siamo chiamati a far trasparire nella quotidianità della nostra vita. La parola “felice” o “beato” diventa sinonimo di “santo”, perché esprime che la persona fedele a Dio e che vive la sua Parola raggiunge, nel dono di sé, la vera beatitudine (GE 63-64).
Si è felici, quindi beati o santi, quando si è capaci di guardare oltre le difficoltà e di sperare in Dio, nella Sua vicinanza nonostante tutto. È andare oltre il presente, sapendo che l’amore di Dio è più forte di ogni contrarietà. La felicità così si colora di speranza. Essa non è determinata dall’assenza di problemi; la felicità, beatitudine o santità, è invece presenza di Dio nel nostro quotidiano.
Nel brano evangelico troviamo Gesù che si rivolge ai discepoli incoraggiandoli a vivere l’oggi nella speranza. Le Sue parole non sono un motivo per alimentare false illusioni e così sfuggire dalla durezza del presente; sono invece un incoraggiamento per non rimanerne schiavi.
Beato non è chi non soffre pene, chi non piange, chi non è perseguitato; al contrario è beato colui che, pur soffrendo tutto questo, sa sperare perché sperimenta che non è abbandonato in attesa della giusta ricompensa, intesa non come un premio, ma come il compimento dell’amore di Dio ricevuto come un dono.
Si vive nella misura che si sa sperare nella bontà di Dio e si sa chiedere il Suo aiuto. In questo modo, anche se in modo imperfetto, la felicità diventa reale e possibile già in questa terra. In questa luce, il presente, con tutte le sue povertà e difficoltà, può diventare un trampolino per un futuro inatteso.
Ecco quindi l’invito a non disperare e a saper vedere la presenza di Dio anche in mezzo alle diverse problematiche, trasformando i problemi in opportunità per seminare, già da ora, semi di speranza.
Concretamente, per ciò che ci è possibile, accogliamo in pace e con gratitudine ogni avversità confidando in Dio, sapendo che tutto si concorre al nostro bene (Rm 8,28-30). Allora vedremo Dio dovunque. Ciò non significa, certamente, rinunciare alla lotta, significa, invece, combattere la buona battaglia, quella della speranza.
Accoglienza pacifica della vita, gratitudine per ogni vicenda e perseveranza nella preghiera e nella carità sono le nostre armi di questo combattimento.
In questa ottica i santi sono coloro che hanno saputo sperare, ma è pure la festa di tutti noi che nelle faccende quotidiane vediamo e sentiamo la presenza di Dio.
Oggi, semmai, è la festa di coloro che ci vivono accanto!

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