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Commento al Vangelo, Domenica 1 novembre 2020 – Mt 5,1-12

Proponiamo di seguito il commento al Vangelo di oggi, 1 novembre 2020.

Oggi la Chiesa Cattolica celebra la solennità di tutti i santi, di coloro che sono uniti con Gesù nella gloria del Cielo. Sono i nostri fratelli che già contemplano il volto di Dio e vivono nella beatitudine, una beatitudine che però ha avuto la sua origine in questa terra ed ora ha il suo compimento in paradiso, nella definitiva comunione con Dio. Per questo diventano i nostri predecessori nella sequela di Gesù e con il loro esempio e la loro preghiera ci sostengono verso il pieno traguardo della nostra trasformazione in Gesù. Il brano biblico che la liturgia ci offre tratta delle beatitudini.

Le beatitudini esprimono un dinamismo tipico della promessa: Dio viene in nostro soccorso e ci spinge a guardare oltre, al compimento della promessa.

È il dinamismo tipico della speranza: andare oltre il presente e attendere il compimento. In questa tensione verso il futuro, la beatitudine prende corpo. Essa non è solo il risultato finale di un percorso, ma è un continuo presente, un già anche se non ancora completo, dove sperimentiamo il Signore che ci accompagna e ci sostiene. La beatitudine diventa così un modo di vivere la consolazione e la vicinanza di Dio.

Infatti è Gesù che parla guardando le folle, uno sguardo che è pieno di compassione, come lo stesso evangelista più volte esprime. In questo contesto Gesù incoraggia i suoi discepoli, che si avvicinano a lui, a vivere di speranza perché certo è l’amore di Dio. Le beatitudini non sono un’illusione per sfuggire dalla durezza del presente, sono invece il sostegno reale e attuale per non rimanere schiavi del presente e per attendere il compimento pieno della promessa, una promessa data proprio a chi non è nelle condizioni di poter sperare e ricevere. È la promessa per i diseredati di Israele; noi siamo i diseredati. E tale promessa abbraccia tutti e comprende tutte le pene degli uomini; nessuno e niente è escluso.

Potremmo dire che le beatitudini sono il kerygma di Gesù, il fondamento del kerygma predicato dagli apostoli e dalla Chiesa.

Il kerygma non è solo il primo e asciutto annuncio della morte e della resurrezione di Gesù, è invece soprattutto la presenza di una misericordia senza fine, di una consolazione profonda, di una vicinanza tenace, di un perdono senza condizioni e di un amore talmente pieno di passione che diventa fonte di gioia; atteggiamenti ben espressi dai gesti e dalle parole di Gesù, culminanti nel suo dare la vita per noi.

Ecco che allora le beatitudini diventano annuncio e presenza che salva, una presenza già viva in questa terra in mezzo ai nostri problemi e limiti. Le beatitudini esprimono la vera intenzione di Dio: donarci speranza sostenendoci continuamente perché non smettiamo di camminare verso di lui.

I beati sono coloro che sanno camminare nella speranza perché sostenuti dalla presenza di Dio e dalla certezza del compimento della promessa.

Beato non è chi non soffre pene, chi non piange, chi non è perseguitato; al contrario è beato colui che, pur soffrendo, sa sperare perché sperimenta che non è mai abbandonato e sa attendere il compimento, un compimento non per i nostri meriti, ma atteso e ricevuto come un dono. Il presente con tutte le sue povertà e difficoltà diventa quindi trampolino per il futuro pieno di benedizione.

Tutto questo cosa ci suggerisce per la nostra vita?

Prima di tutto noi siamo i destinatari di questo annuncio di beatitudine, di questo kerygma gesuano, nessuno escluso. Tutti siamo messi in grado di vivere la vicinanza di Dio.

Secondo, siamo invitati a saper trasformare i problemi in opportunità e a seminare, già ora, semi di beatitudine, di perdono e pace.

Concretamente accogliamo con gratitudine ogni avversità e in pace confidando in Dio, sapendo che tutto si compirà per il nostro bene. Infatti la Scrittura afferma che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio (Romani 8,28-30). Allora vedremo Dio dovunque.

Non significa, certamente, rinunciare alla lotta, significa soprattutto combattere la buona battaglia, quella della speranza.

Accoglienza gioiosa della vita, gratitudine per ogni vicenda e perseveranza nella preghiera e nella carità sono le nostre armi di questo combattimento della speranza.

“Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Sarà forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Com’è scritto: «Per amor di te siamo messi a morte tutto il giorno; siamo stati considerati come pecore da macello». Ma, in tutte queste cose, noi siamo più che vincitori, in virtù di colui che ci ha amati. Infatti sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potranno separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore (Rom 8,35-38).

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