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Commento al Vangelo, 7 aprile 2024 – Gv 20,19-31

Il brano del Vangelo narra dell’apparizione di Gesù risorto ai Suoi discepoli mentre essi erano riuniti tutti assieme. È un’apparizione che avviene lo stesso giorno della resurrezione.
La prima idea che viene sottolineata è che nonostante fosse avvenuta la resurrezione, i discepoli, che già erano a conoscenza di tale evento, fossero ancora chiusi nel luogo dove si trovavano per timore dei Giudei. Non era certo una comunità piena di forza ed il sapere della resurrezione non li aveva resi coraggiosi. È la figura di una comunità chiusa e paurosa.
Eppure Gesù si presenta in mezzo a loro, mostra le mani, il costato ed augura la pace. È l’immagine di Dio che si presenta con i segni della comunione e del perdono.
Al vedere questo, i discepoli gioiscono, non solo perché vedono Gesù vivo, ma perché comprendono che la Sua venuta è segnata dalla comunione. Infatti non viene per rimproverare, ma per dare pace.
La presenza di miserie e paure non pregiudica la visita di Dio, che è sempre benevola e segnata dalla misericordia. È in questo contesto che i discepoli ricevono lo Spirito Santo che li rende capaci di essere strumenti di perdono. Le ferite non allontanano Dio, ma mostrano il Suo volto di bontà. Così pure, esse diventano il collante tra di noi per vivere il perdono. Infatti nella misura che abbiamo il coraggio di avvicinarsi al fratello ferito, vedremo Gesù risorto in mezzo a noi; diversamente cercheremo il Signore risorto lontano dai fratelli; purtroppo non sarà il Risorto, ma un Signore fatto a mia immagine e somiglianza.
Ecco quindi l’invito a non scappare dai fratelli, ma a rimanere con loro esercitando accoglienza e misericordia, a non scappare dalla propria vita, imparando ad accogliersi con misericordia. Solo allora vedremo presente il Risorto con le ferite glorificate, segno di speranza e redenzione perché nelle ferite è presente il Risorto.
Infatti i discepoli non hanno visto un Gesù risorto nuovo, “pulito”, ma un Gesù che conserva i segni delle ferite della crocifissione. È sempre Lui, il Risorto, con le ferite trasfigurate. Per questo anche le nostre ferite possono essere trasfigurate e guarite. Le ferite accolte e amate sono sempre profezia di resurrezione.
Questo Gesù risorto è l’immagine della Chiesa, di ciascuno di noi. Non dobbiamo avere paura delle nostre povertà, delle povertà della Chiesa. Se fossimo perfetti saremmo disperati, sempre in cerca di una perfezione che non esiste. Saremmo degli idolatri della perfezione. Al contrario siamo contenti di non essere perfetti perché le nostre imperfezioni alimentano la speranza.
Non cerchiamo la perfezione, ma la misericordia. I limiti non si vincono eliminandoli, ma usando accoglienza e misericordia. La vera guarigione è stare con le ferite e con i feriti.
Era il problema di Tommaso che avrebbe voluto una comunità perfetta. Per questo gli riusciva difficile accogliere che i discepoli, poveri e feriti come lui, avessero visto Gesù risorto. Ha dovuto diventare credente: accogliere che Gesù è presente nelle ferite, tra i feriti.
Anche noi per incontrare il Risorto siamo chiamati a toccare e ad accogliere le ferite di questo mondo. Solo allora gioiremo nel vedere il Risorto in mezzo a noi.