Approfondimenti

Commento al Vangelo, 23 marzo 2025 – Lc 13,1-9

Questa parabola si comprende grazie al contesto in cui è inserita: è Gesù che parla della necessità di conversione. Quindi, alla luce del testo proposto dalla liturgia, si deduce che convertirsi è sinonimo di produrre frutti.
Ma quali frutti? Giovanni Battista direbbe quelli degni di conversione (cfr. Lc 3,8) come ebbe a dire ai farisei (cfr. Mt 3,7), che venivano a lui a farsi battezzare i quali, essendo figli di Abramo, pensavano di non averne bisogno. In realtà il Battista identificava questi frutti degni di conversione con azioni di misericordia verso il prossimo come soccorrere il povero, praticare la giustizia e non maltrattare nessuno (cfr. Lc 310-14).
Ecco che la parabola invita a produrre frutti di misericordia, di accoglienza e di comunione.
Nella parabola si parla di una pianta di fico, sembra appositamente piantata in una vigna, perché produca frutti. Com’è possibile che invece non produca frutti? Secondo il pensiero del Vangelo tutti siamo stati costituiti per portare frutti, per sfamare il popolo che ha fame di misericordia. La fame è un diritto a cui corrisponde un nostro dovere di sfamare in modo soddisfacente e non con cibo scadente. Dare cibo prestabilito secondo i nostri gusti e tempi è la classica tentazione clericale, dei buoni, di coloro che sono più avanti. In realtà così non sfamiamo, ma frustriamo ancora di più la fame di amore dei nostri fratelli. Come ci insegna la parabola del buon Samaritano (cfr. Lc 10,30-37) e del figlio prodigo (cfr. Lc 15,11-32), essi hanno il diritto di essere amati e nutriti con la misericordia e non con altri cibi a tempi alterni.
Tutti noi siamo stati resi capaci di produrre frutti e se non lo facciamo siamo servi malvagi e pigri come dice la parabola dei talenti, incapaci di prendere parte alla gioia del padrone (cfr. Mt 25,14-30). Infatti è triste chi non vuole produrre frutti di bontà.
Tornando alla parabola, non sappiamo se il problema era della pianta di fico o del terreno oramai impoverito; sta di fatto che non vi erano frutti tanto attesi. Era una pianta inutile. Infatti se uno non produce frutti è inutile. Essere inutili significa non essere segno della carità operosa; il contrario di ciò che vuole Dio. Certamente nessuno è necessario e così si deve comprendere che siamo servi inutili, ma se produciamo frutti facciamo la differenza come quel giovane che aveva offerto i cinque pani e due pesci per sfamare la folla che seguiva Gesù (cfr. Gv 6,5-13).
Una cosa è certa: si possono produrre frutti ed il Vangelo ci indica tre azioni da fare: zappare, concimare e dare tempo. Sono tre cose che possiamo e dobbiamo fare per convertirci e non essere tagliati.
Zappare è dare movimento alla terra, rendere il terreno più soffice e aperto. Questo ci ricorda la Pentecoste dove tutto ad un certo punto cominciò a muoversi, dalle lingue ai piedi. È il contrario dell’immobilismo, del sempre si è fatto così. È imparare a seguire i movimenti dello Spirito e vivere con entusiasmo la propria fede, è renderci disponibili al cambio.
Concimare è dare alimento, rendere salubri le acque salmastre come direbbe il profeta Ezechiele (cfr. Ez 47,8-9). Una comunità si risana quando si apre ad accogliere i molti affamati che chiedono di essere sfamati. Storicamente l’entrata dei pagani nella prima chiesa ha dato universalità, maggior vitalità e comprensione del messaggio della salvezza. I pagani affamati di misericordia hanno dato compimento al Vangelo. La chiusura impoverisce mentre l’accoglienza arricchisce.
Dare un tempo significa saper migliorare, servire meglio e di più in modo da raggiungere tutti e che tutti ricevano cibo a sazietà. Siamo chiamati a diventare professionisti nell’amore, sempre più capaci di amare e di accogliere; in altre parole sempre più santi! È non lasciare che le cose vadano come vadano; è non essere mediocri o peggio ancora tiepidi nella carità.
In questo tempo quaresimale ravviviamo il nostro entusiasmo con una preghiera coinvolgente, apriamoci con coraggio all’accoglienza dell’affamato e moltiplichiamo i gesti di carità condendoli di tenerezza e gentilezza: allora saremo carichi di frutti, testimoni della fecondità dell’amore di Dio.