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L’Omelia di Don Maurizio Viviani: Anche all’undicesima ora

Anche all’undicesima ora

Cattedrale di Verona, domenica 20 settembre 2026

Visto di persona. A Roma, i nodi stradali strategici, come le rotonde delle tangenziali, gli accessi del Grande Raccordo Anulare e le stazioni della periferia si trasformano all’alba in veri e propri «mercati delle braccia» a cielo aperto. Centinaia di operai – in grandissima parte migranti, spesso privi di documenti o in condizioni di estrema vulnerabilità – si radunano a bordo strada a partire dalle cinque del mattino. Furgoni e pulmini accostano per selezionare la forza lavoro necessaria per la giornata. La scelta avviene senza contratti, tutele o garanzie di sicurezza. I lavoratori caricati al volo vengono pagati in nero con tariffe bassissime: qualche euro all’ora. Chi non viene scelto resta in attesa, a volte fino al tardo pomeriggio.
Poi rincasa, senza alcuna paga.
Questo fenomeno è una violazione sistematica dei diritti dei lavoratori. Un mix vergognoso. Caporalato, assenza di controlli capillari e disperazione di chi cerca un sostentamento alimentano quotidianamente questa forma di sfruttamento alle porte della capitale e, pure, in diversi snodi stradali della provincia veronese. Una prassi quantomeno disgustosa che, lasciata sullo sfondo, può forse accompagnarci a capire meglio la parabola di Gesù dei «Lavoratori nella vigna» (o degli «Operai dell’undicesima ora»).
Un padrone di casa esce all’alba a cercare braccianti per la sua vigna e si accorda per un «denaro» (una moneta d’argento, coniata con impresse l’effigie e il nome dell’imperatore): la giusta paga giornaliera. Torna in piazza a reclutare altra gente alle nove, a mezzogiorno, alle tre e persino alle cinque del pomeriggio, trovando sempre persone disoccupate in attesa. A sera, il padrone ordina di pagare gli operai, partendo dagli ultimi arrivati fino ai primi.
A tutti – sia a chi ha lavorato dodici ore sotto il solleone sia a chi ha lavorato solo un’ora – viene dato lo stesso identico compenso: un «denaro». Gli operai assunti all’alba protestano, invidiosi, sentendosi trattati ingiustamente rispetto agli ultimi. Il padrone risponde con dolce fermezza. Lui non fa torto a nessuno: salda ciò che ha pattuito. Ma ha a cuore la dignità di tutti.
La parabola non ha nulla a che vedere con la «paga giusta» – come auspicato anche da Papa Francesco e da Papa Leone XIV – che rispetta tre requisiti: coprire i bisogni vitali del lavoratore; permettere il mantenimento della famiglia; dipendere non dal profitto aziendale o dal mercato, ma dal valore intrinseco della persona.
L’intento della parabola è diverso. È il «pensiero altro» di Dio.
Talvolta ci può dar fastidio che Dio sia buono con chi ha sbagliato o con chi è arrivato tardi a credere nei valori evangelici, a vivere la fede, a rispettare finalmente la giustizia. Alcuni preferirebbero un Dio esclusivo, magari ridotto a un contabile privo di calore umano, un nostro paladino contro gli «ultimi». Invece, Dio continua a uscire in piazza, visto che lì ci sono ancora persone abbandonate, trascurate, invisibili che attendono di essere guardate negli occhi.
Ringraziamo Dio che ci ha dato la possibilità di lavorare fin dal primo mattino nella sua vigna. Questo è un dono impagabile. E lasciamogli la libertà di chiamare anche all’«undicesima ora» quanti nessuno ha interpellato, considerato, amato.

don Maurizio Viviani